Il film di chiusura delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2024 è Basileia, primo film da novanta minuti di Isabella Torre, una fiaba cupa dove lo spettatore viene catapultato in un tranquillo, ma oscuro paesino calabrese nel cuore dell’Aspromonte.

La produzione italiana-nordeuropea è curata da Stayblack Productions, RAI Cinema, Snowglobe e Film i Väst e si appella al contributo di Calabria Film Commission.  A livello internazionale, il film è distribuito da Luxbox e arriva dopo Ninfe, il primo corto scritto, diretto e interpretato dal talento italiano Isabella Torre e presentato sempre a Venezia nel 2018.

La trama del primo film di Isabella Torre 

Basileia vede come protagonista un giovane archeologo chiamato “L’irlandese” (Elliott Crossett Howe), che si avventura in una operazione di scavo illegale tra i fitti boschi dell’Aspromonte, per portare a termine la ricerca di un tesoro nascosto appartenente ad una civiltà del passato. Per via di una caduta, l’Irlandese finisce come paziente in un convento di suore.
Lì, il suo datore di lavoro prende il suo prezioso quaderno con gli appunti della ricerca. 

Il protagonista non si arrende e, per cercare l’artefatto, coinvolge nella sua ambizione Keykey (Koudous Seihon), un giovane immigrato che a sua volta recluta Igor. Tuttavia, ignari delle conseguenze infauste, nella loro ricerca risveglieranno delle misteriose creature che saranno la causa della sparizione di molte persone del paese. 

Basileia, un progetto non del tutto maturo

Basileia è un debutto che segna le difficoltà di Isabella Torre nel passare dal cortometraggio al lungometraggio. Il formato più lungo, se non formulato correttamente, può evidenziare più facilmente determinate falle: ad esempio, la pellicola parte molto bene e impianta da subito il protagonista, le sue motivazioni e l’alone di mistero che circonda il paese nella sua interezza. Nella seconda metà in cui le ninfe intraprendono una vendetta, Basileia perde mordente.

C’è qualche tentativo di risvegliare il pubblico con qualche sguardo prolungato in camera delle Ninfe, ma per il resto accadono cose e quasi si fa fatica a seguirle per via della lentezza.

L’aspettativa è alta, ma non succede mai niente di veramente scioccante e il finale viene trascinato tra rituali poco incisivi, corpi pallidi che ripetono tic e uno scadente tentativo di contatto tra un umano e una Ninfa.

Detto ciò, Basileia gode di un’estetica raffinata e onirica grazie alla notevole fotografia di Mélanie Akoka e alle immagini che si sovrappongono in una dolce dissolvenza.

Inoltre, è da apprezzare che Isabella Torre non abbia voluto riproporre stereotipi tipici della narrazione italiana legata ai borghi sotto ogni campo, ma ha saputo ritrarre l’ostilità e la sfiducia che certi luoghi incanalano. 

Ad umile avviso, probabilmente non sarebbe guastato un approfondimento sul folklore delle montagne calabresi, anche inventando qualche espediente narrativo che potesse creare maggiore tensione tra i personaggi e rendere le Ninfe leggermente più spaventose. 

Essendo una fiaba, la morale è sottintesa e si legge nel finale: l’intento di Isabella Torre con Basileia è quello di far riflettere sul confine tra ambizione e ossessione e il rispetto per gli altri e per la natura.