AL SANTA CHIARA DI RENDE “CIVILTÀ PERDUTA” DI JAMES GRAY, RIPROPOSTO DA UGO G. CARUSO NEL SECONDO CINEAPPUNTAMENTO DEL NUOVO CICLO DI FLASHBACK.

Riparte al Cinema Santa Chiara di Rende la rassegna “Flashback – Il Cineappuntamento di Ugo G. Caruso”. Dopo lo smagliante ed avvolgente “In the mood for love” di Wong Kar-wai che ha aperto il secondo ciclo, mercoledì 19 febbraio alle ore 20.45 è in programma infatti “Civiltà perduta” (“The Lost City of Z” – USA 2016), l’ultimo film di James Gray, uno dei più ammirati registi del cinema americano contemporaneo.
Tratto dal best seller di David Grann, “Civiltà perduta” è stato un autentico flop in patria e all’estero, probabilmente perché non ha incontrato il gusto delle platee odierne. È stato forse ingannevolmente scambiato per un prodotto apparentabile ad Indiana Jones, mentre il film di Gray è davvero tutt’altra cosa e può essere semmai accostato a certi classici del cinema d’avventura americano e britannico, si pensi in particolare a David Lean, che hanno costituito il modello di ricorrenti incursioni in questo filone, anche in epoche più recenti, da “Fitzcarraldo” di Werner Herzog a “La foresta di smeraldo” di John Boorman, entrambi ambientati in esotiche località limitrofe. Il film ripercorre la storia vera dell’esploratore britannico Percy Fawcett (un convincentissimo Charlie Hunnam scelto dopo il rifiuto di Brad Pitt, rimasto comunque come produttore) che dedicò la sua vita alla ricerca di un’antica città perduta in Amazzonia. La vicenda inizia nel 1905 in Irlanda dove Fawcett, un giovane ufficiale britannico, viene inviato a Londra per incontrare i funzionari della Royal Geographical Society. Qui viene incaricato di partire per arbitrare per conto del governo inglese la controversia sui confini tra Bolivia e Brasile, giunti ormai sull’orlo di una guerra. Dovrebbe rimanerci due anni ma il fascino dell’inesplorato ha il sopravvento e Fawcett, appreso da un indigeno della mitica città di Z, si lancia alla ricerca di un’antica civiltà, una sorta di El Dorado, con lo scopo di fare una delle scoperte più importanti della storia. In sintonia con il clima culturale positivista dell’epoca connotato dall’ossessione per la mappatura di sempre nuovi pezzi di mondo, siano essi l’Himalaya o il Polo Nord, Fawcett riuscirà a farsi finanziare varie spedizioni. Gli saranno accanto amici fedeli che condividono con lui la sete di conoscenza e il gusto per l’avventura e più tardi anche Jack, il figlio giovinetto, cui ha trasmesso la propria sete di sapere. La devota moglie Nina (Siena Miller) che intuisce l’indomabilità del sacro fuoco che arde dentro il marito, lo asseconda e decide di dedicarsi non solo al mantenimento della stabilità familiare ma pure alla costruzione della sua credibilità scientifica. Ed infatti l’esploratore e geografo britannico che tra il 1906 e il 1925 esplorò parte della giungla amazzonica farà molto parlare di se, al punto da ispirare il personaggio del Professor Challenger del “Mondo perduto” di Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes. E a sua volta questi ispirerà “Jurassic Park” di Michael Chricton, per esplicita ammissione dell’autore. Fawcett è un personaggio contrastato che se da una parte intende restare fedele agli ideali della società vittoriana ed eduardiana, dall’altra non vuole comunque restarne schiavo. La sua ossessione per la scoperta è totale e non lascia spazio ad altri stili di vita o scelte esistenziali. È evidente come James Gray debba essere rimasto colpito dalla descrizione del carattere del protagonista su cui David Grann ha incentrato il suo libro. Se si guarda alla filmografia del regista si vede come la sua attenzione sia stata spesso attratta da storie di personaggi in tensione tra due mondi in conflitto. Se da una parte il maggiore Percy (storico o romanzato che sia) finisce per perdersi, non solo metaforicamente, in una mappa più simile alla Carte de tendre di Madame de Scudéry che non a un sistematico studio alla Von Humboldt, James Gray finisce parzialmente per perdersi nel suo personale viaggio emozionale cinematografico. Quasi prigioniero della sua stessa costruzione estetica, che con l’aiuto dell’ormai abituale direttore della fotografia Darius Khondji (che sta al regista un po’ come Mr. Constantin/ Robert Pattinson (qui davvero sorprendente) sta a Percy/Charlie Hunnam) raggiunge in più di un momento vette sublimi, è come se Gray rimanesse in un certo senso invischiato dalla bellezza delle sue immagini. Che cosa resta da fare quando il cinema ha detto tutto, raccontato tutto, fatto tutto, mappato ogni possibilità? Girare in pellicola in mezzo alla giungla amazzonica votandosi alle difficoltà e alla bellezza che una più leggera e consona apparecchiatura digitale non avrebbe consentito, cercando in un’estetica vecchia di quarant’anni (considerando trai più illustri precedenti “Apocalypse Now” di Coppola, altro film estremo che riambientava nell’inferno bellico vietnamita il “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad) la perfezione estetica ed emotiva dell’immagine. Questo interessa a Gray in fondo, questa è la sua ricerca, questa è la sua sfida, questa la sua ossessione. “The Lost City of Z”, titolo migliore dell’insipido e generico “Civiltà perduta”, figura perfettamente nella galleria di film solitamente selezionati da Ugo G. Caruso perchè è un’opera splendidamente inattuale, un film d’avventura come non se ne fanno più, con personaggi avvincenti perchè credibili e plastici pur nella loro straordinarietà, capace di vivificare reminiscenze salgariane, ascendenze herzoghiane e di ricordare a che cosa serva ancora oggi il cinema e in che cosa si differenzi dalla serialità.

 
 
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