“TRAMONTO” DI LÁSZLÓ NEMES, MISTERY INQUIETANTE E VISIVAMENTE POTENTE AMBIENTATO NELLA BUDAPEST DELLA BELLE ÉPOQUE, PROPOSTO DA UGO G. CARUSO AL SANTA CHIARA DI RENDE 

TRAMONTO DI LÁSZLÓ NEMES RECENSIONE ==> QUI 

Il terzo Cineappuntamento di Ugo G. Caruso per il ciclo “Flashback“, in programma lunedì 2 Marzo, come di consueto alle 20.45, al Cinema Santa Chiara di Rende, propone un recupero importante: “Tramonto” (“Napszállta” – Ungheria Francia v.o.s.i. 2018), opera seconda del talento magiaro László Nemes, già allievo di Béla Tarr e vincitore del Premio speciale della Giuria a Cannes 2015, di vari riconoscimenti europei e dell’Oscar nel 2016 con il suo sconvolgente film d’esordio, “Il figlio di Saul”. L’opportunità di recuperare un film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia ma rimasto inedito nell’area urbana cosentina, a dispetto della grande considerazione critica ricevuta alla sua uscita, non poteva non essere
colta da Caruso, da sempre interessato all’affascinante cultura ungherese nelle sue varie espressioni e attivo all’interno di quello sparuto drappello di estimatori e studiosi italiani delle cinematografie dell’Est Europa che promuovono da decenni.
Questa volta Nemes rispetto alla sua opera prima fa un passo indietro e dall’orrore dei campi di sterminio si sposta nella Budapest del 1913, in piena Belle Époque magiara, quando
l’Europa austroungarica è all’apice del progresso e dello sviluppo tecnologico prima del crollo di un mondo.
La giovane Irisz Leiter, tornata nella capitale ungherese dopo gli anni spesi a Trieste a studiare come modista, vorrebbe lavorare nella leggendaria cappelleria dei suoi defunti genitori. Ha il nome e le abilità per farlo ma il nuovo proprietario, il signor Brill, la respinge. Sono attesi ospiti importanti, delle altezze reali, dunque non vuole problemi. Irisz però non se ne va, specie dopo aver scoperto l’esistenza di un fratello, Kálmán, che vive nascosto dopo essere stato protagonista di un oscuro delitto e che tanti hanno paura al solo nominarlo. La giovane donna si chiede come sia stato possibile credere per tanti anni di essere figlia unica e se il proprio passato è davvero racchiuso nella versione consegnatale.
La ricerca di questo misterioso fratello la condurrà lungo le strade buie di una Budapest onirica dove il negozio Leiter sembra l’unico raggio di luce nel cuore di tenebra di una civiltà in tumulto, verso la scoperta di un altro mondo, lo stesso in cui covano le braci di un’insurrezione, la quale sarà a sua volta superata dall’imminente rovina epocale rappresentata dalla Grande Guerra.
Pur riconoscendo la profondità indiscutibile dell’opera e la grande prova stilistica offerta da Nemes, qualche critico, probabilmente abbagliato dalla fastosità della messa in scena, ha rimproverato all’autore un preoccupante vezzo manieristico contratto già alla seconda opera ed una proclive tendenza estetizzante.
Si tratta, secondo Caruso, di un errore prevedibile e frequente di certa critica, da mettere sempre in conto quando c’è di mezzo un film in costume.
Basterebbe prendere come termine di paragone “The Favorite” di Yorgos Lanthimos, un autore a cui tutto si può imputare tranne di essere conformista che però, seppur alla propria maniera, non rinuncia ai benefici derivanti dal sontuoso e raffinato allestimento messo in piedi per ricreare la corte dei re d’Inghilterra. Al contrario, Nemes rimane fedele a un cinema di scrittura personalissimo, impostato su continui cortocircuiti sensoriali. Così succede anche in “Tramonto”, nel momento in cui la mdp, decidendo di raccontare gli avvenimenti attraverso gli occhi e lo stato d’animo di Irisz, eroina di stampo schnitzleriano, li rappresenta con una realtà deformata e allucinatoria e quindi con figure e cose spesso sfocate, inquadrate a malapena e nascoste dal buio della notte. Va da sé che in questa maniera a contare di meno sono proprio decor, costumi e scenografie, sacrificati in termini ottici alle continue astrazioni del regista, mentre a prendere piede è l’angoscia e la paura derivata dalla minaccia pendente sul destino dei personaggi.
Verrebbe da dire che in “Tramonto” la grande letteratura asburgica della crisi incontra i demoni dostoievskiani in un’atmosfera solo apparentemente realistica ma a ben vedere sonnambulare, dove grazie ad un mirabile ed innovativo gioco di campi e controcampi la protagonista è insieme l’oggetto e lo sguardo che guida il racconto filmico. Nemes utilizza infatti la sua protagonista come corpo\sguardo in perenne movimento all’interno di un caos in crescendo che la solita macchina da presa in (falsa) soggettiva di Mátvas Erdély prova a contenere con insistiti piani-sequenza, messe a fuoco alternate e frastornanti cambi di direzione.
Il film costringe infatti ad un’immersione che travalica il semplice concetto di fruizione: siamo catapultati in un “qui e ora” da cui è impossibile fuggire, il cui limite oltrepassa il campo visivo, con il continuo bisbiglio e il rumore di un fuori campo che il sonoro di Tamas Zanyi amplifica di pari passo all’aumentare del conflitto narrativo, sempre più labirintico e circolare, proprio come le fasi della Storia.
“Tramonto” è metafora e presagio al tempo stesso delle agitate vicende di quell’Europa centrale che oggi, un secolo dopo, scossa da pericolosi nazionalismi, è nuovamente di fronte a scelte drammatiche.
Un film straordinario, si sarà compreso, da recuperare assolutamente.

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