Al cinema dal 21 aprile, The Lost City è la nuova commedia d’avventura firmata Paramount che ride di se stessa e di tutte quelle a cui si ispira.

Prendete quattro volti conosciuti dal grande pubblico, un inizio a metà tra serio e parodistico, una scrittrice di romanzi rosa dal velato tocco hot, una location esotica, tanti muscoli e battute e poi moltiplicate il tutto per due: The Lost City è più o meno questo.

Una divertente commedia d’avventura che non si prende sul serio, mostrandosi per quello che è e ridicolizzando tutto il filone da cui proviene, ma senza mai esagerare, giusto quanto basta per riderci su.

L’avventura di The Lost City

La vicenda è quella di Loretta Sage, scrittrice di successo di romanzi rosa dai toni piccanti, le cui storie ruotano intorno alle vicende d’amore del belloccio di turno piazzato in copertina. Loretta è Sandra Bullock, che sembra star sempre bene ovunque, che sia in una commedia o in un dramma; il bello è Dash McMahon, col volto di Channing Tatum, che incarna il “divo” che si prende troppo sul serio, immerso (con una lunga parrucca bionda) in quel mondo, tanto perfetto quanto finto, che le fan hanno costruito intorno a lui.

La narrazione ha inizio proprio con il tour di presentazione del libro di Loretta, tra ammiratrici urlanti interessate solo al petto nudo di Tatum e l’imbarazzo della scrittrice che incarna il pesce fuor d’acqua in un mercato alla deriva che non sembra fare più per lei.

La donna vuole mollare, è stufa di quel modo di scrivere e di fare soldi e non si riconosce più nel suo lavoro nel quale è rimasta bloccata dopo la perdita di suo marito.
Uno scontro tra reale e finzione, aspettativa e delusione che mostra il dietro le quinte di ogni cosa.

La nota “triste” del film però dura solo pochi secondi e Loretta verrà subito catapultata in uno scenario fantastico, che sembra uscito proprio da quelle sue pagine che non voleva più scrivere.

Inaspettatamente, infatti, dopo un rapimento che si propone volutamente parodistico, a colpi di gag e incomprensioni, Loretta cade nelle mani del “cattivo” di turno, il miliardario Abigail Fairfax, un Daniel Radcliffe vestito di tutto punto e con gli occhi spiritati, convinto che la scrittrice possa aiutarlo a trovare un tesoro nascosto, basandosi proprio sulle sue storie di fantasia. Poi c’è Brad Pitt, nei panni di Jack Trainer, il bello e palestrato che, anche qui volutamente, non si capisce se sia lì per essere bello e muscoloso o per aiutare a salvare la protagonista.

Dopo peripezie, inseguimenti, scoperte, vecchie mappe e risate, i due protagonisti capiscono qualcosa di più sul mondo e su loro stessi. Perché alla fine, oltre all’avventura c’è anche il classico romanticismo.

Il genere e la parodia

Quella di The Lost City è una bizzarra avventura su una splendida isola esotica, che diventa un’avventura tra i generi parodizzati e tirati nel film per riderne delle caratteristiche che li hanno resi celebri.

Quello che ne viene fuori è una commedia divertente, che si muove a ritmo di battute, riferimenti espliciti a vecchi film di genere, corpi a corpi e un tono divertito che sembra raccontare di un moderno Indiana Jones, caduto nel mondo di Jumanji.

La parola d’ordine per i due registi è non prendersi sul serio, dall’inizio alla fine, raccontando una storia e raccontandone mille altre, saturando i colori, esasperando i caratteri dei personaggi fino a rendere ridicolo anche quell’accenno di azione che si affaccia nella pellicola.

Dentro a The Lost City c’è un po’ di tutto: il cinema, il pubblico, il mondo dei romanzi creati ad hoc per soddisfare le lettrici più disinibite, il marketing, il bello che ha tanto altro da offrire oltre alla faccoa e una ricerca di un tesoro che si rivelerà molto più profondo di un mero cumulo di monete d’oro.

I fratelli Aaron e Adam Nee architettano un film che è il contrario di quelli a cui si ispira, con una protagonista che non è per nulla un’eroina, un protagonista maschile che prova ad essere d’aiuto fallendo il più delle volte, un aiutante che cammina sul filo del ridicolo e un cattivo che sembra più che altro un bambino capriccioso che vuole il suo gioco a tutti i costi.

Tutto è ribaltato ma, proprio per questo, la commedia riesce nel suo intento di essere una pellicola leggera, per tutti e di spensierato e genuino intrattenimento.