Ci troviamo a Ponte di Nona, nella periferia dell’eterna Roma. Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano) addentano con voracità i loro panini con la cicoria. Inizia così La terra dell’abbastanza, scritto e diretto da Damiano e Fabio D’Innocenzo, presentato alla Berlinale 2018.

Per questa loro pellicola d’esordio, i gemelli romani, introdotti come “Fratelli D’Innocenzo”, classe 1988, cresciuti all’insegna dell’arte e della fotografia, con diverse sceneggiature tra ghostwriting e progetti in attesa di realizzazione (sono presenti nei credit di Dogman), convocano nelle note di regie le parole di Italo Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio“.

Dalla teoria alla pratica il passo è breve. La periferia romana, esaltata ormai a genere a sé da qualche tempo, pregna di amore e crimine, di drammi e passioni, di noir e commedia, diventa ne La terra dell’abbastanza territorio esplorativo, dimostrativo, ma non didascalico.
L’inferno dei due ragazzi ha le sembianze e le viscere di un luogo tanto anonimo quanto spietato; reale ed astratto, nitido e sbiadito (la fotografia di Pietro Carnera e le scenografie di Paolo Bonfini lavorano in questa direzione, tra abbagli e sfocature, giorni e notti).
Quell’abbastanza diventa così cruciale perché incapace di definire o caratterizzare l’inferno tanto decantato, ma tanto brava a normalizzarlo.

Hanno ucciso un uomo, scopriranno Mirko e Manolo, un tempo affiliato al clan della zona e poi diventato traditore. Un rito d’iniziazione involontario, il loro, l’anticamera di un mondo che li trasformerà in sicari freddi e allo sbando,  in sfruttatori di prostitute, in trafficanti di vite, sebbene posti solo alla base della piramide criminale che trova nel personaggio interpretato da Luca Zingaretti (paradossalmente più umano e ruspante che minaccioso, ma mai macchiettistico) una delle figure apicali. 

Con una comparto sonoro “sporco” e volutamente confuso, una telecamera a mano che per tutta la durata del film si fissa sui volti dei protagonisti e una sorprendente recitazione da parte di due attori così giovani, La terra dell’abbastanza è di certo uno dei migliori esordi degli ultimi anni.

I due registi hanno uno stile preciso, in linea con il cinema contemporaneo e in grado di essere esportato fuori dai confini nazionali. Nell’esordio dei fratelli D’Innocenzo viene raccontato un tema universale come l’amicizia fraterna, usando da tramite però qualcosa squisitamente territoriale come il crimine organizzato della periferia romana. 

Pur pagando il dazio di essere arrivato in un momento in cui il cinema criminale in questo ambiente periferico è ormai un bosco fittissimo, ciò non preclude ai giovani cineasti Fabio e Damiano un posto in questa flora che può regalare sempre nuovi punti di vista. Circondati da una troupe d’esperienza, i registi inscenano una vivisezione della figura del criminale, avvolta nell’ambiguità della scelta. Si lasciano andare in un finale che fa da orpello gravoso e logorante, corpo estraneo, probabilmente a sottolineare ancora una volta l’aridità vitale del microcosmo di periferia.