Depressione, lutto e maternità raccontati attraverso l’orrore
Con The Babadook, la regista australiana Jennifer Kent compie un gesto radicale: sottrae l’horror al puro meccanismo dello spavento e lo restituisce alla sua dimensione originaria, quella di forma simbolica del trauma. Non c’è mostro senza perdita. Non c’è apparizione che non sia preceduta da una frattura.
Amelia è una madre sola, vedova. Il marito è morto in un incidente d’auto mentre la stava accompagnando in ospedale per partorire. Il figlio Samuel è nato nel giorno stesso della tragedia. La maternità, dunque, coincide fin dall’inizio con la morte. Ogni compleanno è un anniversario funebre. Ogni gesto di cura è attraversato da una memoria che non si lascia pacificare.
È in questa faglia che nasce il Babadook.
Il mostro come proiezione

Il Babadook non è un’entità esterna che invade lo spazio domestico. È una figura che emerge dall’interno, da un libro illustrato che sembra scritto con l’inchiostro dell’inconscio. Il suo design rimanda al cinema espressionista: cappello a cilindro, silhouette allungata, sorriso deformato. Non è un demone moderno; è un’ombra.
Ma soprattutto è un linguaggio.
Il mostro dà forma a ciò che non può essere detto: la depressione materna, il desiderio di fuga, la rabbia inconfessabile verso un figlio percepito come peso. Il film non indulge mai nella retorica della madre eroica. Amelia è stanca, irritata, talvolta crudele. La macchina da presa insiste sui suoi silenzi, sui suoi sguardi vuoti, sulla fatica di un corpo che non riposa.
Il Babadook è la materializzazione di un pensiero proibito: “Non ce la faccio”.
La casa come spazio psichico

Come spesso accade nel grande cinema dell’orrore, lo spazio non è semplice ambientazione, ma dispositivo. La casa di Amelia è un organismo chiuso, quasi privo di luce. I toni freddi, il blu-grigio dominante, l’assenza di colori saturi trasformano l’interno domestico in una camera di decompressione emotiva.
Le scale, le porte, il seminterrato: ogni elemento architettonico diventa soglia tra coscienza e rimozione. Il seminterrato, in particolare, custodisce gli oggetti del marito defunto. È il luogo della memoria congelata. Non sorprende che il Babadook trovi lì il suo rifugio.
L’orrore non viene da fuori: abita ciò che non è stato elaborato.
Maternità senza mito

Se il cinema classico ha spesso inscritto la maternità in un paradigma sacrificale e redentivo, The Babadook compie un’operazione opposta. Qui la madre non è figura salvifica, ma soggetto attraversato dall’ambivalenza. Amelia ama suo figlio, ma quel legame è contaminato dal lutto e dalla frustrazione.
Il film osa suggerire ciò che la società tende a censurare: la maternità può essere soffocante, destabilizzante, persino alienante. Samuel non è il bambino angelicato del melodramma; è rumoroso, ossessivo, difficile da gestire.
La relazione madre-figlio non è armonia, ma conflitto.
E tuttavia il film non cade mai nel cinismo. L’ultima parte non distrugge il mostro: lo riconosce. Il Babadook non viene eliminato, ma confinato. È nutrito, controllato, accettato. Come il trauma, non scompare: si impara a conviverci.
L’orrore come forma politica
Nel panorama dell’horror contemporaneo, spesso dominato da jump scare e iper-stimolazione sonora, The Babadook sceglie la sottrazione. Il ritmo è lento, quasi claustrofobico. L’angoscia nasce dall’attesa, non dall’esplosione.
In questo senso, il film si inserisce in una linea autoriale che utilizza il genere per interrogare il reale. L’orrore non è evasione, ma strumento critico. La depressione materna non è patologizzata come deviazione individuale, bensì inscritta in un contesto di isolamento sociale, mancanza di supporto, solitudine strutturale.
Il mostro, allora, è anche il sintomo di una società che pretende dalla madre una dedizione assoluta, negandole il diritto alla fragilità.
Convivere con l’ombra

L’immagine finale non offre consolazione, ma equilibrio precario. Amelia e Samuel vivono con il Babadook nel seminterrato. Non è una vittoria trionfale: è una tregua.
Il film suggerisce che il lutto non si supera, si integra. Che la maternità non è istinto puro, ma costruzione quotidiana. Che l’amore non cancella l’ombra, ma la attraversa.
In questa scelta risiede la forza politica ed estetica dell’opera di Jennifer Kent: aver trasformato il mostro in grammatica emotiva, l’orrore in forma di verità.
FAQ – The Babadook
Di cosa parla The Babadook?
Il film racconta la storia di Amelia, una madre vedova alle prese con il lutto e con un figlio difficile, mentre una presenza inquietante – il Babadook – sembra invadere la loro casa. In realtà, il mostro rappresenta simbolicamente il trauma e la depressione non elaborata.
Il Babadook è reale o metaforico?
Il film suggerisce una lettura principalmente metaforica: il Babadook è la personificazione del dolore, della rabbia repressa e della depressione materna. Tuttavia, la messa in scena mantiene volutamente un’ambiguità narrativa.
Qual è il significato del finale?
Nel finale il mostro non viene distrutto ma confinato nel seminterrato e “nutrito”. Questo gesto simboleggia l’accettazione del trauma: non si elimina il dolore, si impara a conviverci.

The Babadook è solo un film horror?
No. Pur utilizzando i codici dell’horror, il film è un dramma psicologico sulla maternità, il lutto e l’ambivalenza emotiva. È un esempio di cinema di genere che si fa riflessione esistenziale.
Perché è considerato un film importante?
Perché ha ridefinito l’horror contemporaneo come spazio di elaborazione simbolica del trauma, offrendo una rappresentazione complessa e non mitizzata della maternità.
