Se ami davvero il cinema con tutto il tuo cuore e con sufficiente passione, non puoi fare altro che un bel film.
Quentin Tarantino
Sull’inscalfibile fiducia nelle parole di colui che il grande salto, da cinefilo a regista, l’ha fatto sono perite innumerevoli aspirazioni. Aspirazioni come quelle del protagonista della serie The Studio, Matt Remick (un nevrotico, ma irresistibile Seth Rogen, qui anche in veste di showrunner insieme allo storico sodale Evan Goldberg) il quale, giunto al vertice dirigenziale della major hollywoodiana Continental Studios, finisce per finanziare un film sulla bevanda Kool-Aid nonostante i molteplici tentativi rocamboleschi di produrre opere d’arte cinematografica.

Matt, infatti, è l’archetipo dell’eroe tragicomico contemporaneo, destinato a continui tentativi fallimentari anche quando riesce a coronare il suo sogno di divenire elemento portante della produzione filmica. Nonostante le nobili intenzioni sue (e della sua squadra brancaleonica di executive) di creare capolavori che riportino Hollywood al suo antico splendore, gli sforzi avranno per lo più come unico esito una grottesca comicità.
Dichiaratamente ispiratasi alle commedie di Robert Altman, in particolar modo al suo I protagonisti, l’opera targata Apple TV+ ne adotta anche il piano sequenza come elemento grammaticale fondamentale che, coniugato all’estetica esibizionista che da I figli degli uomini e Birdman in poi l’ha caratterizzato, restituisce la dimensione ansiogena (zeitgeist contemporaneo? The Bear docet) dello studio cinematografico.

Al suo interno l’inusuale punto di vista è quello di un produttore che, in maniera ancor più inusuale, non indossa la corona della matrigna cattiva nella catena di lavorazione, bensì vorrebbe esserne il lungimirante mecenate. A ostacolarlo, però, vi è un’industria hollywoodiana alla cui grandezza perduta, ormai solo una facciata, quando non un lontano ricordo, si aggiunge un più diffuso smarrimento di fronte ai nuovi colossi dell’intrattenimento (grandi conglomerati mediali alla Amazon su tutti) o alle nuove sensibilità del politically correct.
Forse anche a causa di un lieve ritardo con cui si presenta rispetto all’urgenza di tali dibattiti, The Studio non si rivela mai una satira davvero caustica (come in prima battuta potrebbe sembrare, soprattutto a uno spettatore nostrano memore ancora di Boris); risulta piuttosto un’ottima rivisitazione della commedia brillante che tra cortocircuiti meta-cinematografici (la meravigliosa seconda puntata, Il piano sequenza) e miriadi di gustose guest-star sembra voler comporre per lo più il ritratto innamorato di un sistema decadente, una vecchia signora ancora non priva di allure.

Magari non basterà la profonda passione di Remick per fare dei bei film, ma sarebbe confortante pensare che, come in The Studio, sia sufficiente il potere taumaturgico della ripetizione del suo solo nome per salvare ciò che è rimasto della settima arte, della sua esperienza collettiva come grande spettacolo popolare di cui Hollywood (nel bene e nel male) è stata il più fulgido esempio. E allora varrebbe ancora la pena di ripetere tutti insieme: ci-ne-ma! Ci-ne ma! CI-NE-MA!
