Una vera emozione, la vittoria di Sean Baker al Festival di Cannes 2024 per il suo Anora.
Già, perché, di fatto, pur essendosi affermato da tempo sul panorama cinematografico internazionale, Baker nasce comunque come cineasta indipendente e il fatto che con questo suo lungometraggio – giusto coronamento di una carriera che ha indubbiamente saputo regalarci tante soddisfazioni – si sia aggiudicato la tanto ambita Palma d’Oro competendo con nomi del calibro di Francis Ford Coppola, Jacques Audiard, Paul Schrader e Jia Zhangke, giusto per fare qualche esempio, ha indubbiamente sorpreso sia pubblico che addetti ai lavori.

Di cosa tratta, nello specifico, il presente Anora?

Anora, dunque, è il nome di una giovane spogliarellista di origini uzbeke (impersonata da Mikey Madison, che per questa sua performance si è aggiudicata anche l’Oscar alla Miglior Attrice Protagonista), che vive da anni a Brooklyn e che, pur capendo perfettamente la lingua, non ama parlare il russo né ricordare le proprie origini.

Una sera, giunge nello strip-club in cui lavora il giovane milionario russo Vanya (Mark Ėjdel’štejn), il quale le chiede di dedicarsi quasi esclusivamente a lui per un certo periodo di tempo e in cambio di una cospicua somma di denaro. La ragazza accetta, ma ben presto per lei il loro rapporto inizierà a trasformarsi in qualcosa di più. Ma cosa accadrebbe se i due, improvvisamente, decidessero di sposarsi a Las Vegas?

La recensione di Anora

Caratterizzato da un vero e proprio crescendo di tensione, ulteriormente valorizzato da un montaggio al cardiopalma (a opera dello stesso Baker e anch’egli recentemente celebrato agli Oscar – su cui ci soffermeremo in seguito), Anora è la storia di una ragazza divenuta adulta prima del tempo, che, malgrado le numerose difficoltà, è sempre riuscita a mantenersi da sola e a raggiungere anche una certa indipendenza. E se, però, i suoi problemi fossero finalmente finiti? E se un tanto improvviso quanto “inaspettato” matrimonio potesse finalmente permetterle di non lavorare più?

Anora, a differenza di quanto inizialmente possa sembrare, non è una versione postmoderna di Cenerentola, né di Pretty Woman. Al contrario, questo lungometraggio di Sean Baker è una favola dai risvolti ben più amari e “realistici”, in cui nessuno è realmente innocente, in cui i soldi giocano costantemente un ruolo a dir poco centrale all’interno di una società in cui il divario tra milionari e persone poco abbienti si fa via via sempre più importante.

E così, dunque, non ci viene risparmiato proprio nulla, durante la visione di Anora. Luci ora soffuse ora psichedeliche, colori sgargianti, ambienti lussuosi, ma anche squallidi monolocali e tristi abitacoli di vecchie automobili (particolarmente degna di nota, a tal proposito, la scena in cui la protagonista si lascia andare qui a uno straziante pianto) ben rappresentano ciò che il regista ha voluto mettere in scena, contrapponendo fortemente due mondi ben distinti ed evidenziando paradossi e ipocrisie di un’umanità ormai malata e per cui sembra non esserci possibilità di redenzione alcuna. O forse no?

Vincitore di ben cinque Premi Oscar (tra cui addirittura Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Originale), Anora è indubbiamente il film dell’anno, nonché vero e proprio motivo di orgoglio per il cinema indipendente statunitense (e non solo). E anche se, come sovente accade in situazioni del genere, di polemiche a riguardo ne sono state sollevate parecchie, bisogna comunque riconoscere a Baker la grande capacità di fotografare il mondo in cui viviamo in modo sincero e mai edulcorato, regalandoci, al contempo, momenti di grande impatto emotivo.