Nella storia del cinema ogni innovazione tecnica si è sempre prestata a un duplice impiego rispondendo a finalità solo spettacolari oppure anche artistiche in base alle scelte dei singoli registi subordinate spesso a quelle dei produttori. In passato questo è accaduto per il sonoro e per il colore,impiegati dapprima in funzione soltanto riproduttiva e poi in funzione espressiva in opere dal grande spessore poetico, e adesso accade anche per il digitale le cui potenzialità, dopo un esordio ai fini soltanto spettacolari, vengono ora utilizzate a scopi artistici da prestigiosi registi. Questa bivalenza del digitale è ben esemplificata in molti film usciti di recente nelle sale che riconducono all’uno o all’altro uso della nuova tecnica in maniera paradigmatica delle possibilità inerenti ad essa ed alla sua capacità di produrre una forma di “cinepittura” mai esistita prima.

Sul versante spettacolare la cinepittura digitale ha dato belle prove nei due capitoli della serie Marvel Avengers dove le sue Capitan Americarisorse pittoriche lavorano in felice equilibrio con la narrazione e con il tratteggio psicologico dei personaggi mantenendo intatta la credibilità della storia all’interno dei canoni del genere supereroi.La stessa buona resa si ha anche in Captain America grazie a una presenza discreta del digitale che conferisce una cifra realistica alla sostanza fantastica della rappresentazione,un giudizio che può essere esteso anche a The amazingSpiderman 2 dove realismo e tecnologia CGI e 3D trovano il giusto equilibrio in unmix di action e di humour.A trarre vantaggio dal digitale è,infine,anche il genere epico,come dimostra il nuovo 300-l’alba di un impero con il suo assetto figurativo denso e pastoso sporcato da rosse macchie cromatiche che evocano la tecnica del dripping di Pollock.

Sul versante opposto del cinema d’arte un felice esempio di impiego poetico del digitale lo troviamo in Onirica ,l’ultima opera del polacco Lech Majewski ( già autore due anni fa del pittorico I colori della passione ispirato a Bruegel). In un intreccio di sogno e di realtà,di passato e di presente,di storia e di cronaca il film ci fa entrare nella mente del protagonista afflitto da un sentimento di perdita in seguito alla morte della moglie dal quale cerca di uscire adottando come guida salvifica i canti della Divina Commedia.Ne esce un flusso mentale metamorfico dove i luoghi e le persone si fondono e si confondono in un divenire liquido che è quello della psiche dell’uomo popolato di immagini-simboli pregnanti( come il carro trainato dai buoi dentro il supermercato, la chiesa sommersa dal diluvio e la visione dei cari defunti che conversano in abito da sera in un bosco), immagini polisenso del tipo di quelle che Ricoeur chiama “metafore vive” e che acquistano un senso profondo nel momento in cui interagiscono con il vissuto personale di ogni spettatore.

Un “impero della mente”, quello raffigurato da Majewski, simile a quelli analoghi filmati da Lynch e da Von Trier e reso rappresentabile, secondo la confessione dello stesso regista, grazie all’impiego in funzione pittorica del digitale attuato per animare la serie di tableaux vivants che scandiscono il racconto. Ancora una volta,come già accaduto nel passato nella pittura, la tecnica funge da alleata dell’estetica e apre nuovi orizzonti alle arti della visione in tutte le loro declinazioni,fantastiche o oniriche che siano.