off_leconomieducouple_11fabrizio-malteseBoris e Marie non dormono più insieme da tempo. Si incontrano e si evitano entro il perimetro scarso della casa in cui sono stati uniti per quindici anni. Non si guardano per non colpirsi di risentimento, minimizzano gli urti, gli attriti, le parole, per non rimbalzare di distanza accumulata. Si stanno separando, ma sono costretti a convivere sotto lo stesso tetto perché Boris, architetto disoccupato, non ha i mezzi per trasferirsi altrove. A Marie non piace vederlo girare fra le mura domestiche: non sopporta il suo modo di mangiare, di muoversi, i suoi intrallazzi, le sue bugie. Tutto quello che un tempo la seduceva ora la irrita. Per questo, lo umilia con regole assurde che puntualmente il marito trasgredisce, con piccoli gesti che lo disautorano nel suo ruolo di padre, con la superbia di chi sa di essere l’unica in famiglia a portare i soldi a casa. Se Marie è talmente esasperata da rischiare il crollo nervoso, Boris non sembra però disposto ad abbandonare il focolare tanto in fretta: malgrado i litigi e le incomprensioni, ama ancora sua moglie, è molto affezionato alle loro gemelline, Jade e Margaux, e in fondo spera che tutto si aggiusti. Non riesce però a intendersi con Marie sul contributo (economico e affettivo) che entrambi ritengono di aver dato alla vita coniugale. A chi appartiene la casa in cui hanno costruito la loro felicità? A Marie, che l’ha comprata e la mantiene, o a Boris, che l’ha trasformata con la forza del suo lavoro? La disputa non conosce tregua, lo scontro è insanabile.

off_leconomieducouple_04fabrizio-malteseIn Dopo l’amore (L’économie du couple) del belga Joachim Lafosse, si entra col disagio degli intrusi nella problematica vita quotidiana di questa coppia in crisi. Assistiamo al loro balletto di responsabilità rinfacciate, di compromessi negati, di desideri muti, con la stessa opprimente intensità di chi si lasci stritolare in una morsa letale. Per quanto sia naturale schierarsi con le ragioni dell’uno o dell’altra, faremo sempre i conti con i difetti di entrambi, con le loro meschinità tragicomiche e i rispettivi colpi bassi. Di qui, la brutale verità di un grande amore arrivato al capolinea in cui rivedere se stessi e i propri fallimenti. Arroccati sulle rispettive posizioni senza possibilità di riconciliazione, Marie e Boris sono figli della contemporaneità che non ammette l’amicizia quale surrogato dell’amore e se ne disfa non appena il desiderio finisce. «L’amore non si ripara più, si butta», constata amaramente la madre di Marie, che appartiene alla generazione in cui i matrimoni duravano per sempre. E quando l’amore naufraga, trascina con sé tutto ciò che vi ruota attorno: la casa, i figli, i parenti, gli amici. Certo, anche se piombiamo nella loro vita come su un campo di caduti dopo una battaglia, Boris e Marie devono aver combattuto per salvare il loro amore: lo confermano gli sguardi e le tenerezze confuse che Lafosse cattura in fluidi piani sequenza seguendoli da vicino, non staccando mai la macchina da presa dai loro volti e dai loro andirivieni nello spazio chiuso fra appartamento e cortile. È la brace della loro antica passione a covare sotto le ceneri del rancore di oggi, è la loro “economia di coppia” che adesso si contendono. Ciascuno reclama la metà di quella casa che li tiene prigionieri per provare all’altro il valore di quanto ha investito in nome di quell’amore. Tuttavia, nessuno dei due – tranne quando Boris propone a Marie di seguire una terapia di coppia – è disposto ad affrontare il fallimento. E se per il tempo di una canzone (toccante la scena del ballo con le bambine sulle note di Bella di Maître Gims) siamo indotti a credere che il loro amore sia più forte delle questioni di soldi che li affligge sarà un altro l’evento provvidenziale che li farà uscire dal caos.

Nos EnfantsJoachim Lafosse, che in À perdre la raison (2012) e Les chevaliers blancs (2015) già si era cimentato col delicato mondo delle relazioni umane, dirige un kammerspiel familiare minimale e commovente che vanta una scrittura in continua evoluzione (realizzata a sei mani con Mazarine Pingeot e Fanny Burdino) totalmente aderente alle personalità antitetiche dei protagonisti. Senza timore di ferire, l’autore belga ricerca lo spazio scomodo di un interno borghese per illustrare con pennellate dirette e disarmanti la spirale d’odio che spesso determina la fine di un matrimonio. Bérénice Bejo e Cédric Kahn sono complici straordinari nel farsi guidare dalla regia raffinata di Lafosse, nell’esibire tutta la loro capacità di immedesimazione nei panni di Marie e Boris. Assumono su di sé il peso di un distacco che cesserà di far male soltanto al di fuori di quella casa, sul terreno franco della libertà riguadagnata. E anche se il finale avrà il sapore amaro del compromesso, rassicura sapere che fra di loro è tornato il sereno. Boris e Marie costruiranno qualcosa di nuovo con le loro figlie. Continueranno a farlo bene, ma non lo faranno più insieme.