Come diventare grandi nonostante i genitori sarebbe un buon titolo per un opuscolo da distribuire agli adolescenti impelagati nell’ardua impresa di gestire frastornanti tempeste ormonali e castranti ansie genitoriali. Per ora è diventato solo quello di una commedia prodotta dalla Disney e realizzata completamente in Italia, in sala dal 24 Novembre. Un esperimento che sulla carta poteva essere come-diventare-grandi-nonostante-i-genitoriinteressante: applicare le logiche produttive di questo grande colosso ad una pellicola tutta made in Italy, ideata, prodotta e girata nel bel paese.

Tratta dalla serie Tv Alex & Co., il film racconta la storia di un gruppo di teenager che per riuscire a partecipare con il loro gruppo musicale ad un concorso ministeriale saranno costretti a scontrarsi con le proibizioni di scuola e famiglia. A capo di questa armata delle tenebre educativo-patriarcale c’è la terribile preside interpretata da Margherita Buy (che aveva già ricoperto il ruolo, giocato su ben altre corde, in Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni), un’arpia talmente cattiva che ti aspetti di vederla precipitare da una rupe come la strega di Biancaneve.

Pur essendo i ragazzi i protagonisti assoluti della storia, ci si accorge presto che questo film adolescenziale è scritto da un cinquantenne (Gennaro Nunziante, regista e sceneggiatore di tutti i film del fenomeno Checco Zalone) più interessato a seguire i dettami della produzione che dotare il film di una sua coerenza e a raccontare qualcosa sul rapporto tra ragazzi, scuola e genitori.

Sono i padri, tra cui spiccano il mite e saggio Roberto Citran e il “fissato con il calcio” Nini Buscetta, i soli portavoce dell’autorità familiare. Senza volersi impelagare nella critica femminista, sorprende vedere oggi un film dove le donne esistono solo rispetto alla loro interazione con gli uomini, mogli, madre, fidanzate di un personaggio maschile più importante di loro. A fare le spese di questa visione, che fa sembrare Happy Days un prodotto di controcultura, sono soprattutto le due ragazze del gruppo, trasformate in due innocue veline, una bionda e una mora come si conviene, mute cantanti a microfono spento messe lì solo a fare da decorazione.come-diventare-grandi-nonostante-i-genitori-02-1024x682

Dietro la macchina da prese c’è Luca Lucini che, se con il suo Tre metri sopra il cielo aveva avuto almeno il merito di riuscire a definire tutti i dettami del dramma giovanilistico degli anni 2000, preferisce ora rifugiarsi in un universo di cartapesta dove è quasi impossibile creare e sentire una qualsiasi emozione. Tutti vestiti come dei modelli appena scesi dalla passerella di una sfilata, pronti a muoversi con disinvoltura tra scuole lucidissime con biblioteche che neanche Cambridge e un fantastico Chiantishire, i giovani protagonisti appaiono come delle insignificanti figurine, dei tipi definiti che non riescono a fare nessun passo avanti rispetto alla bidimensionalità della serie adolescenziale da cui provengono.

Tra incontri eccezionali (gli stereotipati discografici in fuga dal mondo della coppia Matthew Modine-Giovanna Mezzogiorno), drammi ad orologeria e improbabili coincidenze, alcune degne delle più sfrontate soap opera, il film si chiude su un finale all’insegna della più assoluta pacificazione, che annulla tutti gli scontri e le tensioni ed elimina ogni personaggio negativo, in una pericolosa via di mezzo tra Mary Poppins e Fight Club. Pensata per il mercato internazionale, la vicenda che coinvolge i ragazzi di Come diventare grandi nonostante i genitori finisce così per sembrare, più che una storia che potrebbe essere ambientata ovunque, una parabola lontana e improbabile per ogni luogo e adolescente del pianeta.