Arriva nelle sale italiane il 6 agosto, distribuito da Movies Inspired, il road movie/drammatico/noir Galveston (2018), con gli ottimi Ben Foster ed Ellen Fanning.
La regia è della francese
Mélanie Laurent (Respire, Plonger), che adatta per il grande schermo il romanzo di Nic Pizzolatto – il celebre creatore della serie TV True Detective – con le dichiarate intenzioni di apportare una ventata europea sulle attese estetiche di un film di genere. Cosa ne viene fuori?

Galveston: trama

Galveston
New Orleans, fine anni Ottanta. C’è Roy, quarantenne scagnozzo di un mafiosetto locale, che non solo scopre di avere poco da vivere causa polmoni andati a male, ma che rischia di tirare le cuoia ancora più velocemente, per un voltafaccia del suo stesso capo. C’è Rocky, giovane ex-lolita in vendita, incontrata sul luogo della trappola e salvata dagli stessi sicari, con una sorellina – forse non proprio tale – da proteggere dai brutti giri e dalle insidie della vita.
Ci sono, altrettanto codificati, una fuga improvvisata, una cittadina (la Galveston del titolo) dove illudersi solo per qualche minuto che il reale non sia così beffardo, e un motel come tanti, dove tutto esiste in potenza e nulla in atto.
Ci sono troppo poco i riflessi delle finestre, dei vetri delle auto, dell’acqua del mare e della piscina: i soli luoghi preposti all’infiltrazione della luce dove è ancora possibile uno sguardo diverso. C’è l’ombra oscura e incombente di un uragano, o forse più di uno.
E infine c’è una svolta che sorprende ed emoziona.

Galveston: recensione

Mélanie Laurent, qui alla sua quarta prova da regista di lungometraggio di fiction (è anche attrice, i meno sul pezzo la ricorderanno almeno per il bel ruolo tarantiniano di Shosanna), ci dice tutto già nella prima sequenza: fuori le intemperie e dentro, dal solitario punto di osservazione, pochissima luminosità, uno sguardo sghembo e nessuna sincronia possibile. 

La prima parte del film è quella degli sforzi autoriali per imprimere personalità alla pellicola e per svincolarsi dal rischio di déjà vu, e al contempo caricarla di una sovrabbondanza di senso. Ai due protagonisti, legati dostoevskianamente ma senza lo stesso diritto a un qualunque epilogo condiviso, non è dato nemmeno godere di una comunanza nell’inquadratura. Sempre divisi da una messa a fuoco parziale, da un’assenza di controcampo, dall’ombra troppo invadente, questi due disgraziati sono immersi in un corrispondente universo imperfetto. Ogni ripresa ha consapevolmente qualcosa che non va, proprio come gli eventi che mostra. Dopotutto, e lo dice anche uno dei cartelli lungo la strada dei fuggiaschi, hell is real.

A dividere i personaggi è anche la recitazione, di scuola diversa ma riuscita in ambo i casi. Bravissimo Ben Foster (Lone Survivor, The Program), studiato e accurato in ogni dettaglio (basti ricordare il suo sfortunato ruolo di Angelo degli X-Men per dare l’idea di cosa può una giusta direzione degli attori). Più casual Ellen Fanning (L’Inganno, Maleficent), e anche lei funziona. La sua interpretazione riesce nel difficile compito di creare una figura bella e spaurita non giudicabile nemmeno dalle donne.

GalvestonLa seconda, più breve parte del film arriva giusto in tempo, spiazza e si fa accogliere con un sospiro di sollievo, riabilitando un destino che pareva segnato dal rischio cliché.

Rimangono delle domande: sappiamo che Pizzolatto, anche collaboratore per la sceneggiatura, si è dissociato dalla versione finale del film, facendosi accreditare sotto pseudonimo. Cosa lo ha disturbato? C’è chi ha parlato della facile sindrome inconscia del “Come osa una donna, per di più straniera e nemmeno nativa anglofona, addentrarsi in territorio tipicamente maschile?”, ma il dubbio resta insoluto, e va bene così. 

Ci si interroga anche, più generalmente, su questo titolo come tappa nella storia del road movie drammatico all’americana visto da occhi esterni. Era proprio necessario disturbare sottilmente l’inconsapevole spettatore, caricando la macchina da presa di imperfezioni estetico-morali o di stridenti piani-sequenza d’azione? Non sarebbe stato meglio aggiungere pathos intrinseco alla fabula? Forse Pizzolatto saprebbe rispondere. A noi rimane un’opera ugualmente valida, da ricordarsi soprattutto come film di performance attoriale.