La figlia oscura, esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal, porta in scena il lato oscuro e pressante dell’essere madre e del continuo fare i conti con il passato.
Presentato alla 78^ Mostra del Cinema di Venezia, La figlia oscura racconta la storia di due madri, con i loro modi e i loro mondi, interpretate magistralmente dalle straordinarie Olivia Colman e Dakota Johnson.
La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, affronta la maternità senza tabù e senza paura di impressionare il pubblico, sviscerando il rapporto madre-figlie dal punto di vista di una donna imperfetta, ambiziosa, pentita, deteriorata e quasi svuotata dai sensi di colpa.
La figlia oscura: la difficoltà di essere madre

Con una trama che segue pedissequamente il libro, la regista racconta la storia di Leda, una professoressa d’inglese divorziata che, partita per una vacanza al mare in solitaria, si ritrova ad osservare la vita degli altri. Il suo sguardo però si concentra su una donna in particolare, la bella e giovane Nina, Dakota Johnson, e sullo strettissimo rapporto che la ragazza ha con sua figlia.
Anche se con difficoltà, il pubblico è portato a sovrapporre il suo occhio con quello della Colman e farsi spettatore attivo e osservatore quasi ossessivo di vite a confronto, senza dover però prendere le parti di una o dell’altra donna, solo limitandosi a guardare.
Il vero viaggio di Leda diventa quindi quello nella sua mente, il mare della Grecia fa da sfondo ad un percorso interiore che riporta la protagonista agli anni in cui era lei la giovane madre che doveva occuparsi delle sue bambine, ripercorrendo i suoi passi, le sue scelte e tutto quello che ne è derivato.
La figlia oscura, fatto di continui flashback che mostrano stralci della vita della protagonista, riesce a creare una continuità della narrazione disarmante, pur saltellando avanti e indietro nel tempo, servendosi di due attrici per lo stesso ruolo: Leda è la più matura Olivia Colman, che tira le somme di una vita difficile che sembra ormai quasi tutta già scritta e anche la bravissima Jessie Buckley, che vive quella vita di giovane madre che a molti sembrerà discutibile, ma che è la sua.

Algida, distaccata, scorbutica e quasi impenetrabile, Leda lascia solo qualche piccolissimo spiraglio attraverso il quale carpire il suo dolore, il suo imbarazzato sorriso e la sua vera essenza di essere umano.
La figlia oscura è sì la storia di una madre, o anche di due, ma è più che altro una storia di donne, di persone che sbagliano, che si pentono e che forse continuano a sbagliare, proprio in quanto umane. Il film infatti, come lo stesso romanzo da cui nasce, si propone di descrivere una maternità, una sola e specifica, non si erge a manifesto del rapporto madri-figlie ma racconta un’unica esperienza, deprecabile o meno che possa risultare agli occhi del pubblico.
La protagonista è una donna, ancor prima che una madre, una donna ambiziosa, dotata di straordinarie capacità nel suo lavoro e mossa da una volontà di non fermarsi, neanche per le sue figlie.
Che sia condivisibile o meno, Maggie Gyllenhaal sullo schermo, come la Ferrante sulle pagine, racconta la vita, la storia, la gioia e la cupa tristezza di una sola donna, responsabile della sua sola scelta di vita; una donna che nonostante tutto è riuscita ad andare avanti, a tornare e a perdonarsi, ma solo dopo aver compreso se stessa.
Spesso come attrici e donne veniamo rappresentate con una versione fantasiosa di noi stesse, mentre siamo dei mondi con tante cose insieme.
La protagonista e il pubblico: osservare senza giudicare

Forse è proprio la difficoltà d’immedesimazione con il personaggio di Leda a costituire la straordinaria bellezza della pellicola, quel continuo domandarsi cosa si sarebbe fatto al suo posto, contro il complicato lasciarsi andare alla semplice visione.
I colori cupi da atmosfera crepuscolare, i dialoghi profondi e quei perfetti flashback che inquadrano, con primissimi piani come a scavare fin dentro l’anima delle protagoniste, precise porzioni di vita formano un racconto quasi minimalista, piccolo eppure immenso, di una donna ma forse anche di tantissime donne, che vivono la maternità come quasi una scelta tra vivere la propria vita e il dedicarla ad altri.
La figlia oscura non è affatto un film semplice, come non lo è l’essere madre e il raccontare i propri errori senza sentirsi continuamente giudicate da chi, almeno dall’esterno, può sembrare migliore di noi.
Un percorso a ritroso, un passato che ha inevitabilmente influenzato il presente, con scelte, azioni, assenze e presenze altalenanti che però si concludono in un finale che sembra quasi un sospiro di sollievo, in grado di aprire una piccola porta sul futuro, come fosse giunta quella liberazione, quel personale perdono che ogni tanto dobbiamo essere in grado di concedere a noi stessi.
La sicurezza più grande e tangibile, oltre allo splendido esordio alla regia della Gyllenhaal, è la più che perfetta scelta dei personaggi, tutti meravigliosamente in parte, trascinati fino alla fine dall’immensità della Colman che in una sola pellicola riesce ad essere disperata, vulnerabile, senza scrupoli, criticabile ma anche dannatamente comprensibile.
