Cosa ricordiamo veramente dei grandi eventi storici di cui possiamo definirci testimoni? Date, dinamiche politiche, sociali ed economiche non vengono forse meno di fronte ai piccoli o grandi avvenimenti privati che scandiscono il nostro vissuto?

Dopo essersi occupato della trasposizione cinematografica di opere letterarie, di universi distopici e di claustrofobici viaggi spaziali, con ROMA, in concorso alla 75° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alfonso Cuarón torna all’origine, alla sua stessa storia e al suo Messico, realizzando un toccante omaggio alla donna che lo ha cresciuto.

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Ambientato a Città del Messico del 1970 (e, più precisamente, nel quartiere Colonia Roma dove visse lo stesso regista), ROMA è innanzitutto un affresco temporalmente ben definito del quotidiano di Cleo, domestica di una famiglia medio borghese della città, la cui vita sarà legata per sempre al massacro di Corpus Christi, una delle pagine più buie della storia messicana.

Sebbene Cleo rappresenti il fulcro della visione, l’indiscussa protagonista di ROMA è la memoria, che per Cuarón diviene leitmotiv di ogni scelta artistica. Con l’obiettivo di rendere tangibile lo scorrere del tempo, il regista messicano compie una precisa ricostruzione della casa in cui è cresciuto – recuperando gli antichi arredi dalle case dei parenti – e del contesto urbano del tempo, ma è a livello tecnico-stilistico che la storia del cinema fa capolino sfoderando la sua magia.

Al di là di un bianco e nero “contemporaneo” (destinato al film sin dalla prima riflessione avvenuta ben quindici anni fa) sono i piani sequenza, le panoramiche, i piani fissi, le (auto) citazioni e i carrelli a trasportarci esteticamente nella Francia degli anni ’60, in un movimento che voleva e riusciva a celebrare la potenza del mezzo filmico, tramite la ripresa in continuità di atti tanto semplici e quotidiani da sembrare inutili. In fondo, la Storia è fatta da pochi; i più non possono che definirsi passivi spettatori di ciò che li accade attorno. Non è un caso, quindi, che anche la strage di studenti, ad opera del gruppo paramilitare Les Halcones, avvenuta a Città del Messico nel giugno del 1971 debba irrompere con tutta la sua forza distruttiva in una scena di disarmante tenerezza.

Alle “regole” espressive della Nouvelle Vague, Cuarón ne aggiunge anche di neorealiste, data la scelta di attrici alla loro primissima esperienza di fronte alla macchina da presa o la completa libertà di improvvisazione lasciata ai piccoli componenti della famiglia, fra cui spicca il fantasioso e sensibile Pepe, probabile alter ego dell’autore.

In questo, che è in assoluto il suo lungometraggio più personale, il cineasta messicano non compie solo un viaggio a ritroso verso le proprie radici, ma afferma e conferma con vigore la sua consapevolezza professionale e personale.

ROMA sarà distribuito da Netflix a partire dal 14 dicembre 2018. In Italia sarà disponibile in alcune sale selezionate.

 

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