Era il 1961 e il pubblico – fuori da Broadway – ammirava in sala il musical diretto da Robert Wise e Jerome Robbins che rompeva con la classicità holliwoodiana e si affacciava a guardare quel frutto di ispirazione shakespiriana trasportato nella quotidianità newyorkese di fine anni Cinquanta. Una contemporaneità che si respira anche nel West Side Story diretto da Stephen Spielberg, in sala il prossimo 23 dicembre.

C’è sempre una prima volta, stavolta tocca a Spielberg che con West Side Story riprende il capolavoro di Leonard Bernstein, Stephen Sondheim, Arthur Laurents, offrendo una sua versione che non ha niente di meno dell’originale versione cinematografica nonostante qualche modifica e che musicalmente si lascia influenzare dalla versione teatrale.

In mezzo alle macerie di vecchi stabili, lì dove sorgerà il Lincoln Center, l’inquadratura si apre sempre più e immerge lo spettatore all’interno di una New York in piena gentrificazione. Da qui si parte con la versione tutta americana di Romeo e Giulietta e del loro amore diviso tra i Jets e gli Sharks.
Due gang di strada in guerra tra loro per il territorio e per un “West Side” che sta mutando troppo velocemente. Se gli Sharks sono immigrati portoricani che fanno capo a Bernardo (David Alvarez), i Jets sono immigrati europei di seconda generazione e hanno come loro capo il giovane Riff (Mike Faist) amico di Tony (Ansel Elgort) cofondatore della gang che dopo la galera decide di tenersi alla larga dai guai. Sarà durante il ballo però che incontrerà Maria (Rachel Zegler), sorella di Bernardo, e nascerà un amore tra i due che sarà – fino all’ultimo – in balìa della rivalità, dell’odio razziale e dell’intolleranza.
In questo caso non si può parlare di spoiler, per cui il finale tragico è preannunciato da un clima di forte antagonismo che è causa di un cambiamento urbanistico troppo rapido, ma da cui i giovani irrequieti impareranno che non c’è nessun territorio e la loro guerra interna è inutile e porta con sé tragiche conseguenze.

Con la sua prorompente forza, non solo musicale, West Side Story è trascinante, forte, toccante e incredibilmente coinvolgente. Che Spielberg sappia perfettamente permeare la musica all’interno delle storie che racconta non è un mistero: tanto per citarne una, basta tornare indietro al 1984 alla prima scena di Indiana Jones e il Tempio Maledetto.

Anche se in questo caso parliamo di un musical, qualcosa con cui il regista non si era ancora mai cimentato, si ha la sensazione di respirare una vitalità registica e – dalla sua – ci lascia seguire le dinamiche narrative muovendo la sua macchina da presa sinuosamente, seguendo ogni movimento e donando allo spettatore un forte senso di dinamicità tipico di una società che cambia.

Ogni movimento di macchina si muove sotto la ritmicità di performance spettacolari che dettano serrati cambiamenti emozionali. Ogni protagonista è perfettamente inserito nel proprio ruolo; tutto è armonico e funziona dall’inizio alla fine! Anche il personaggio di Valentina (Rita Moreno) inserito per l’occasione, ha il suo spazio ed è perfettamente calato nel contesto narrativo.
Le interpretazioni, nella loro intensità, compresa quella di Anita (Ariana DeBose), si accompagnano a delle performance fatte di completezza sia musicale che motoria. Le coreografie sono ricche di ritmo e dinamismo e si caricano di un’emotività che scandisce – insieme alle musiche – le tematiche identitarie su cui si basa la storia.

Lo spettatore non può che lasciarsi accompagnare dentro una storia che – nonostante abbia più di sessant’anni – è ancora perfettamente attuale.
West Side Story non è solo un film ben fatto, è dinamismo, forza e prorompenza, è una storia che trasporta il peso di tematiche che non hanno mai smesso di far parte della società moderna riadattandosi ad ogni epoca. Non bisogna dimenticare che la potenza di questo musical è proprio la contemporaneità che gli permise di gettare le basi per una nuova epoca di musical che iniziarono a discostarsi dal conformismo in stile “Golden Age”.

Con West Side Story Spielberg riprende un musical a lui caro e ne fa qualcosa di sensazionale. Tematiche quali emancipazione femminile, intolleranza e giovinezza sono sfondo e interrelazione di una storia d’amore ambientata in un’epoca che – per certi versi – non si discosta così tanto dalla attuale.