Vincitore della Miglior Sceneggiatura al Sundance Film Festival 2019, pluripremiato ad altre manifestazioni cinematografiche quali il Sitges Film Festival e il Fantasporto Film Festival, Nancy, opera d’esordio della giovane regista Christina Choe si è rivelato una piacevolissima sorpresa all’interno del panorama cinematografico contemporaneo.
Con una troupe tutta al femminile, uno script di ferro e un cast a dir poco ricercato – all’interno del quale, su tutti, insieme al grande Steve Buscemi, brilla l’ottima protagonista Andrea Riseborough – la regista ha saputo dar vita a una storia estremamente delicata, toccante e mai scontata, all’interno della quale una giusta dose di suspence fa sì che lo spettatore resti incollato allo schermo dall’inizio alla fine.
Ma, di fatto, cosa racconta il presente Nancy? Presto detto.

Nancy di Christina Choe: trama del film

Nancy è una giovane donna di trentacinque anni che vive con sua madre malata e tiene un blog in cui, assumendo una falsa identità, dà conforto a persone che hanno perso i loro figli. Rimasta sola dopo la morte di sua madre, la ragazza crederà di essere la figlia dispersa da anni di una coppia che ha da poco lanciato un altro disperato appello tramite la televisione. Cosa fare, dunque, se non presentarsi da loro?

Nancy di Christina Choe: recensione

Nancy

Dopo un inizio quasi in sordina – perfettamente in linea con la quotidianità della giovane protagonista – ecco che, man mano che ci si addentra nel vivo della vicenda, il presente lungometraggio magicamente decolla. E lo fa anche – e soprattutto – grazie a inaspettati risvolti di sceneggiatura, a personaggi caratterizzati fin nel minimo dettaglio e, soprattutto, a una regia fatta di intensi primi piani e raffinati giochi di sguardi da dietro porte o finestre. Nulla è lasciato al caso in Nancy. Tutto, pian piano, assume un preciso simbolismo. E lo fa anche in modo mai scontato o banale, evitando sapientemente di dire troppo al pubblico e lasciandogli, rispettosamente, la libertà di riflettere su ciò che sta vedendo, di farsi delle proprie idee in merito alla storia qui messa in scena.

Una storia, tra l’altro, indubbiamente non facile da gestire senza scadere negli stereotipi e nel già visto. Una storia intricata, misteriosa, ma anche, allo stesso tempo, estremamente tenera e delicata. Una storia in cui determinate credenze iniziali vengono, di volta in volta, improvvisamente ribaltate e stravolte, disorientando abilmente lo spettatore in un complesso gioco di ruoli. Ed ecco che l’atto del guardare (e cosa c’è di più cinematografico di esso?) si fa qui decisamente essenziale. Attraverso gli sguardi dei personaggi la macchina da presa di Christina Choe ci racconta praticamente tutto. O quasi.

Il resto, sono i bravissimi attori protagonisti a farlo. E Andrea Riseborough, dal canto suo, buca letteralmente lo schermo con la sua straordinaria performance in cui sono soprattutto i suoi occhi a fare il grosso del lavoro. Anche a lei, dunque – così come a Steve Buscemi e a J. Smith-Cameron – il merito dell’ottima resa finale di questo piccolo e prezioso lungometraggio che, tra le sue “pecche”, ha solo qualche vezzo di dolaniana memoria con tanto di slittamenti dal formato in 4:3 a quello in 16:9. Ma d’altronde, come il grande Billy Wilder ci ha insegnato, nessuno è perfetto.