Dopo un biennio di visioni alterate dovute al ricorso forzato alla pratica dello streaming, adesso che è possibile tornare a vedere i film nei cinema, occorre ricalibrare il nostro sguardo di spettatori.
Spettatori non più solitari ma intenti a condividere l’esperienza della visione sul grande schermo insieme ad altre persone, seppur sconosciute, sulla base del cinema nato come arte democratica e popolare (diverso in questo dalle altre arti più nobili e antiche).

Viene da chiedersi se il tempo e lo spazio  dei film ai quali eravamo abituati prima della pandemia torneranno ad essere gli stessi di una volta oppure se subiranno correzioni (come accade quando cambiamo tipo di occhiali da vista). La risposta l’avremo soltanto tra qualche anno ed è condizionata al come saremo diventati nel rapporto con gli altri e nella percezione della realtà e, di conseguenza, al nuovo sguardo che adotteranno i registi nel rappresentare la nostra situazione esistenziale successiva al trauma causato dalla pandemia.

Come è noto la sindrome dell’ 11 settembre ha segnato tutti i film prodotti a Hollywood nell’ultimo ventennio ed è probabile che un fenomeno simile riguarderà anche le produzioni post-covid dove la sindrome sarà riflessa in tante declinazioni poetiche ma anche tecniche.
C’è da aspettarsi che avremo, ad esempio, molti film su forme di distanziamento fisico e psichico oppure su presenze fantasmatiche tra sogno e ricordo evocanti un’altra vita. Questo perché il cinema resta l’arte che meglio di tutte sa riflettere la psicologia collettiva dell’umanità in una fase della sua storia, una storia che oggi è sempre più globalizzata nei costumi e nei consumi, tanto che film di nazioni diverse dialogano tra loro grazie al linguaggio universale delle immagini.

Intanto ad avviare la prossima parata di fantasmi futuri ci ha pensato già il preveggente regista tedesco Christian Petzold del quale Netflix sta recuperando l’intera filmografia dove i fantasmi sono una presenza ricorrente resa sullo schermo in una maniera poco fantastica e molto realistica nel tono e nello stile. Basta vedere per averne la prova Il segreto del suo volto da lui girato nel 2014 (dove una donna ebrea scampata al lager  decide di riavere il suo volto uscito sfigurato dalle torture per poter ritrovare il marito, anche se questo potrebbe metterla a rischio) oppure il recente Undine del 2020 (dove una donna incarna il mito della crudele ondina della mitologia germanica ai danni dell’uomo che l’aveva lasciata), due film dove con sguardo distanziato il regista mette in scena il dramma del confronto del popolo tedesco con la sua memoria storica popolata da spettri ambivalenti (due opere che, va detto, assieme ad altre del regista, Netflix e Mubi  hanno avuto il merito di anticiparci  per poterle vedere in tempi ancora incerti di penuria di nuove uscite).
Sono vicende che ricordano La donna che visse due volte, un film nel quale presto tutti ci riconosceremo in quanto tutti vissuti in un prima e in un dopo.