All’uscita nelle sale americane nel 2017 nessuno si aspettava che l’horror low-budget Scappa – Get Out scritto e diretto da un esordiente alla regia, il comico afroamericano Jordan Peele, avrebbe incassato oltre 250 milioni di dollari nel mondo e vinto un Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Né che la colonna sonora disturbante del compositore Michael Abels, scoperto da Peele su YouTube dopo l’ascolto del suo Urban Legends per quartetto d’archi e orchestra, avrebbe ricevuto la “benedizione” di Steven Spielberg, paragonando il rapporto privilegiato fra Peele e Abels (insieme anche nel 2019 per Noi – Us) nientemeno che al suo fortunato sodalizio con John Williams.

Autore dalla solida formazione classica con un catalogo trentennale di lavori per cori gospel, orchestra e vari ensemble, Abels coniuga nel suo stile personalissimo gli stimoli più disparati, dal jazz afroamericano al blues, fino alla musica etnica. Contaminazioni quanto mai adatte a commentare un thriller-horror mentale che è a sua volta un ibrido, pervaso di paure terrene e paranormali ma anche di messaggi politici scomodi dietro ai cliché del genere. Sorta di Indovina chi viene a cena? aggiornato ai nostri tempi, Scappa – Get Out è infatti una metafora affilata e grottesca sul razzismo endemico dell’America bianca, quello che serpeggia nelle sue forme più subdole e ipocrite sotto sembianze liberali e progressiste. Nella tranquilla cornice borghese di una dimora di campagna, l’accoglienza premurosa che i genitori della bella Rose riservano al suo nuovo fidanzato, il giovane afroamericano Chris, cela un perbenismo di facciata anche più pericoloso del razzismo apertamente professato dai suprematisti bianchi.

In un contesto così stratificato, lo score di Abels interviene nel suggerire l’orrore alla maniera del cinema classico di Hitchcock e De Palma, alimentando una vertigine sonora che ritarda fino all’ultimo il prevedibile epilogo gore. È una musica della psiche alla Bernard Herrmann, concitata quanto pacata, che genera turbamento nello spettatore ogni qualvolta aumenta o diminuisce il grado di ansia e inquietudine vissuto dal protagonista fra le mura di casa Armitage. Abels sottolinea la connotazione “nera” della partitura assegnando alle voci swahili del coro gospel introduttivo Sikiliza Kwa Wahenga (“Ascolta gli spiriti”) il ruolo del “personaggio in più”, la coscienza sommersa: le anime degli antenati di Chris, gli schiavi vittime per secoli dell’uomo bianco, sembrano rivolgersi direttamente a lui per avvisarlo del pericolo imminente.

Sono echi inquietanti e disperati che si susseguono intrecciandosi al “falso” tema d’amore per arpa e violoncello Chris & Rose, delicato notturno che descrive l’afflato romantico della coppia spezzando in chiusura il lirismo con accordi dissonanti, e al terrore strisciante del motivo della famiglia (The Deer, The House, Meet the Help), il più pervasivo di tutta la colonna sonora, che ci riporta immediatamente nel motel di Norman Bates. Qui, come Herrmann in Psycho, Abels gioca le proprie carte sull’estensione dei registri e degli intervalli armonici degli archi, lavorando su cambi di tonalità inaspettati che producono effetti di riverbero ossessivi e minacciosi. Il climax viene raggiunto durante la trance onirico-ipnotica che confina Chris nel minuscolo schermo delle sue psicosi (Hypnosis), un trionfo di collisioni tra il sinfonismo rutilante dell’orchestra e le spettrali voci swahili su assonanze tipicamente blues.

Ma il tintinnio perpetuo del cucchiaio nella tazza da tè riprodotto dall’arpa solista, intorno al quale ruota il brainwashing che ridurrà Chris in burattino, è forse la trovata meno originale di una scrittura sottilmente provocatoria, che rivela la sua genialità quando la tensione si alleggerisce, anziché caricarsi, in feroce ironia. Le sfaccettate percussioni etniche che punteggiano Garden Party esasperano, ad esempio, la bizzarra degenerazione dei familiari di Rose e dei loro rispettabili amici, esibendo l’uomo nero come un trofeo da safari. Mentre in Educational Video spensierate chitarre interpretano in chiave satirica le perverse sperimentazioni sci-fi degli Armitage, attingendo a certa ridicola pubblicità anni ’50. Secondo lo stesso rovesciamento, l’hit di Dirty Dancing, (I’ve Had) The Time of My Life, suggerirebbe che a trionfare sull’orrore sarà l’amore tra i due fidanzatini, ma l’unico lieto fine possibile appartiene a Chris, eroe di una minoranza discriminata che può contare soltanto sulle proprie forze per trovare una via d’uscita.

 

Il compositore e produttore afroamericano Michael Abels