The trouble with being born è un film molto particolare e anche molto difficile da comprendere, diretto dalla regista austriaca Sandra Wollner che già si era messa in mostra con The Impossible Picture quattro anni fa.
Quest’opera non è di certo passata inosservata già ad inizio anno, quando è stata presentata al Festival di Berlino, ricevendo il Premio della Giuria nella sezione Incontri, ma venendo anche accolta in modo contrastante dal pubblico e dalla critica di settore.
Il ban emesso dal Festival del Cinema di Melbourne è abbastanza esemplificativo della grande capacità di questo film di dividere e turbare, in virtù di una sceneggiatura che se da una parte coniuga in modo assolutamente originale il Pinocchio di Collodi con Asimov, dall’altra ha più di un elemento in grado di inquietare lo spettatore.

Protagonista è la piccola androide Elli (Lena Watson), costruita da Georg (Dominik Warta) per essere la sua bambina, sua figlia, in un rapporto che sovente strizza l’occhio (e la Wollner è molto brava a farlo) al Lolita di Kubrick.
The trouble with being born però sviluppa tale relazione nella direzione di una riflessione sulla paternità possessiva e su un mondo degli adulti prevaricatore ed egoista, come in A.I. di Spielberg e come nella dimensione fiabesca che Perrault rese metafora dei più oscuri desideri e tabù della società. L’interazione tra Elli e il padre, in breve, si rivela mono-direzionale e totalmente priva di indipendenza da parte del piccolo androide.

The Trouble With Being Born è minimalista, elegante, con una fotografia che esalta le ombre e l’oscurità, in una dimensione dove la civiltà è fatta di spazi chiusi e soffocanti e la natura è nebbia in cui perdersi. In questa cornice la Wollner rappresenta una feroce critica alla manipolatoria realtà genitoriale odierna, soprattutto al transfert che rende sovente la prole una sorta di trofeo digitale da esporre in pubblico, quasi un accessorio per il consenso al pari di una lussuosa automobile o dell’ultimo smartphone.


Muovendosi sulle orme di L’inconveniente di essere nati di Emil Cioran, la regista austriaca crea anche un viaggio dentro il pessimismo cosmico, dentro la visione di un mondo in cui non esiste amore, ma solo egoismo, distruggendo persino la culla di quella maternità sovente descritta,in modo pretestuoso, come positiva a prescindere.
The Trouble With Being Born è anche una riflessione sulla pedofilia e di certo sull’inconfessabile errore che adulti insoddisfatti e repressi commettono nel rinchiudere in maniera opprimente i propri figli in una gabbia dorata.

Tuttavia il film, anche nella dimensione in cui sferza la freddezza esistenziale della cultura nordica, ha il grosso difetto di essere troppo di maniera, troppo auto-indulgente e narciso dal punto di vista stilistico. Spesso la Wollner confonde lentezza con espressività, essenzialità con eleganza, opta per una messa in scena eccessivamente contemplativa e dilatata, difficile da seguire e da comprendere, scivola quindi in una dimensione di autocompiacimento alla lunga davvero insopportabile.
Nella seconda il film diventa sempre più confuso, indigesto, manca a livello di script qualcosa che giustifichi l’iter narrativo portato avanti solo dall’escamotage della doppiezza di identità e di trama, ci si ritrova alle prese con il già visto e già sperimentato.
Troppo poco per considerarlo un vero successo.