Se con Bram Stoker era emarginato per le sue “abitudini alimentari”, in Zora la vampira i Manetti Bros relegano ai margini il grande Conte Dracula perché rumeno nei primi 2000 in Italia…era quasi meglio bere sangue, forse.

Dracula come pretesto sociale in Zora la vampira

Poco importa che tu sia un conte, senza permesso di soggiorno non sei nessuno; questo Zora la vampira lo sa, lo sa il loro Dracula e lo sanno anche i fratelli Manetti che, partendo da un personaggio inflazionatissimo del cinema tutto, arrivano a parlare dell’accettazione dell’altro, dell’esclusione a priori, di pregiudizi e preconcetti che colpiscono chiunque, dal conte al rapper, dal servo al ragazzetto di periferia.

Quella di Zora la vampira è un’impresa assurda, una storia che prende ispirazione dal fumetto omonimo di Renzo Barbieri (quello che oscillava tra horror e softporn), subisce l’influenza del Blacula nero del 1972, per poi distaccarsene totalmente e prendere una strada tutta sua.

D’altronde questo è l’atteggiamento tipico dei Manetti Bros che da sempre mescolano i generi come fossero due artisti di musica hip pop, senza etichette, senza un genere preciso, ma con uno stile riconoscibilissimo…insomma, chi altro avrebbe potuto mescolare mafia e musical come in Ammore e malavita?

Dalla Transilvania col furgone (sul serio)

Già la premessa del film Zora la vampira è folle: il Conte Dracula, un Toni Bertorelli vestito come ci si vestirebbe da vampiro per un carnevale dell’ultimo momento, stufo della Transilvania e di nutrirsi di soli corpi che puzzano di aglio, ha una sorta di epifania davanti al celebre “Carramba! che sorpresa” della mitica Raffaella…si va in Italia! tra il pessimo cambio di valuta, che da ricco conte lo trasforma in un poveraccio qualunque e la triste realizzazione che per un’immigrato non è affatto semplice ottenere i documenti, il protagonista si rende immediatamente conto che l’Italia non è poi così scintillante come appare in tv, neanche per chi viaggia disteso in una bara.

Confinato in una periferia romana, e costretto a vivere in una catapecchia che gli fa rimpiangere il suo bel castello in Romania, il conte inizia a nutrirsi dei primi malcapitati romani che girano di notte per la città fino ad arrivare a lei, Zora, una giovanissima Micaela Ramazzotti che entra ed esce dai centri sociali con la bomboletta sempre in mano.

Tra i due scatta una complicità immediata ma, a rovinare l’idillio, c’è il commissario Lombardi, un coattissimo Carlo Verdone che ricorda l’intramontabile Ivano di Viaggi di nozze, quello del “O famo strano“, qui anche in veste di produttore del film insieme a Cecchi Gori.

Zora la vampira, i Manetti Bros. e l’hip pop romano

Tra musica hip pop, dai Flaminio Maphia a Chef Ragoo fino a Tormento, i Manetti Bros ci mostrano la Roma più buia, quella lontana dal Colosseo e dalle stereotipate mete turistiche e cinematografiche, quella fatta di centri sociali, erba, musica e tag sui muri (erano comunque i primi anni 2000 e questa era avanguardia!).

Zora la vampira, infatti, ricalca in qualche modo la sua colonna sonora, composta dagli allora Flaminio Maphia (oggi solo Flaminio), con una narrazione sincopata e irriverente, sboccata e senza alcuna pretesa di vendersi meglio di quella che sia realmente: è un film di strada, come l’hip pop. E proprio come quest’ultimo, genere apprezzatissimo dai fratelli registi, il cinema dei Manetti “ruba” dagli altri, mescola, contamina e fonde generi diversi per creare un ibrido che diviene difficilmente incasellabile.

I fratelli, spesso definiti “sperimentatori di generi” dalla critica, termine che loro stessi non amano, dagli anni ’90 raccontano storie con l’unica pretesa di intrattenere il proprio pubblico e di specchiarsi nel tempo che abitano, senza appartenere ad alcun filone, senza rispecchiare alcuno standard, senza ammiccare all’industria cinematografica; certo, questo non sempre paga, e Zora la vampira ne è un esempio, per alcuni un piccolo cult che racconta la Roma underground in modo scanzonato, parodistico e con gli atteggiamenti tipici del B-movie, per altri (la maggior parte, almeno al botteghino) un sonoro flop da dimenticare.

Quello che resta del film

Oltre al Dracula dai i canini aguzzi, oltre alle stereotipate e sgangherate combriccole dei centri sociali, oltre ai rocamboleschi inseguimenti che fanno di Zora la vampira un film assurdo e forse anche difficile da digerire per chi non è romano o, quantomeno, non apprezza la musica romana di quegli anni, ciò che resta è il messaggio profondo del film, inserito (neanche troppo forzatamente) in un Dracula moderno che incarna il diverso portato all’estremo, l’altro che si teme e si combatte ancor prima di conoscerlo, l’immigrato per antonomasia che arriva per star bene e finisce per dissolversi in una nube come il conte di Zora.

Un film di estrema nicchia, una chicca incastonata nel suo tempo, ma con un messaggio che, dopo ben 25 anni, è ancora attualissimo.