Nonostante divida critica e pubblico, Monster: La storia di Ed Gein è un prodotto Netflix di qualità.
Un viaggio disturbante nella mente del Macellaio di Plainfield, ma anche nel mondo del cinema. Ed Gein, idolo di vari delinquenti psicopatici, il serial killer che ha ispirato assassini nella realtà e sul grande schermo, viene mostrato nella sua essenza: uno schizofrenico non curato (o curato tardi). Un mostro, si. Ma non meno della società cieca che lo ha lasciato crescere nella solitudine e nella malattia mentale.

Assassino, necrofilo, ginefilo…Ed Gein è diventato famoso per i suoi indicibili crimini e atti disumani. Un vero e proprio mostro…sulla carta. Ma chi era veramente Ed Gein?
La terza stagione della serie antologica Monster, firmata da Ryan Murphy e Ian Brennan, ci trascina in uno degli abissi più inquietanti della criminalità americana: la vita e i deliri di Edward Gein.
Con una regia audace e una narrazione visivamente potente, la serie riesce a trasformare l’orrore in riflessione, offrendo molto più di una semplice storia di cronaca nera. Gli autori trattano il tema della malattia mentale con profondità, tanto da creare sentimenti contrastanti negli occhi di chi guarda. In otto episodi, riescono a farci riflettere (e addirittura empatizzare) con un uomo così controverso. A volte le cose non sono o bianche o nere.
La serie è stata contestata proprio perché gli ideatori, a differenza dei due precedenti capitoli, si sono distaccati dagli eventi reali e hanno intrapreso il sentiero della finzione con numerose citazioni. Ma la volontà degli autori era lontana dal mostrare la figura di Gein in stile documentaristico. Di materiali su questo personaggio inquietante ce ne sono già molti. Murphy e Brennan volevano, invece, esplorare il suo lato oscuro.

La narrazione non offre certezze: la verità su Gein appare frammentata, riflessa in molteplici interpretazioni. La sua storia viene intrecciata con quella di Ilse Koch (Vicky Krieps) , la cagna di Buchenwald, la spietata moglie di un comandante dell’omonimo campo di concentramento, che è passata alla storia per aver torturato gli ebrei e trasformato i loro resti in oggetti… come lampade fatte con la loro pelle. Attraverso dei fumetti che ne enfatizzano le gesta, Gein rimane folgorato dalle sue creazioni di creepy interior design. L’orrore di quelle immagini, non lo spaventano. Ma lo eccitano. Gli aprono un mondo.
La figura della Koch viene messa in scena in una versione stilizzata e disturbante, evocando altre figure femminili sadiche dell’universo murphyano, come Madame LaLaurie in American Horror Story: Coven. Ma la sua vita, non è l’unica a venire collegata a quella del macellaio di Plainfield. Christine Jorgensen, una delle prime persone al mondo a essersi sottoposta a un cambio di sesso (da uomo a donna) , viene venerata da Ed Gein. Il suo inserimento nel racconto ci guida nell’esplorazione della sua identità sessuale che culmina in uno dei momenti più toccanti della serie, in un dialogo via radio tra i due personaggi.

Ma i geniali autori si spingono oltre. Decidono di inserire dei grandi tributi al mondo del cinema. Da Psycho a Non aprite quella porta a Il silenzio degli innocenti. Ma non si tratta di piccole citazioni sparse qua e là. No. Dedicano un gran minutaggio alla settima arte ispirata dalla figura di Ed Gein.
Addirittura, Murphy sembra voler dare a Mindhunter la terza stagione che non ha mai avuto, collegando il macellaio ad altri killer e ambientando gli ultimi episodi in un contesto investigativo simile. Anche i rapporti con alcuni personaggi della serie, come l’amica eccentrica Adeline Watkins, sono stati enfatizzati o inventati per mostrarci il lato umano di un “mostro”.
Edward Gein, noto per i suoi crimini macabri, fu un uomo profondamente segnato da un’infanzia disturbata. Cresciuto da Augusta, madre ultracattolica e repressiva, ricevette un’educazione rigida e misogina: gli inculcò l’idea che l’amore provenisse solo da lei, che le donne fossero impure e che il sesso fosse peccaminoso. Questo ambiente tossico contribuì allo sviluppo di una grave schizofrenia, che lo portò a comunicare con la madre anche dopo la sua morte e a vivere in una realtà distorta.
Tra il 1947 e il 1952, Gein profanò tombe e riesumò i corpi di nove donne, mutilandoli e utilizzando parti anatomiche per creare oggetti domestici e indumenti macabri. Tra il 1954 e il 1957, uccise due donne: Mary Hogan e Bernice Worden. Le prove rinvenute nella sua casa includevano resti umani conservati in contenitori, maschere fatte di pelle umana e una “tuta” cucita con pelle femminile, che indossava realmente. Questi elementi ispirarono personaggi come Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocenti e Leatherface in Non aprite quella porta.

Charlie Hunnam, nel ruolo di Gein, è magnetico e disturbante. La sua interpretazione è la migliore della sua carriera. Riesce a restituire un uomo spezzato, vittima e carnefice, figlio di una madre oppressiva e di un contesto sociale che ha contribuito a deformarne la psiche. L’attore cambia postura, assume la voce del macellaio di Plainfield. Entra nella sue pelle, è proprio il caso di dirlo…
La serie diretta in alternanza da Max Winkler e Ian Brennan , non si limita a mostrare i crimini, ma li incornicia in un contesto culturale e psicologico che invita lo spettatore a interrogarsi sulla natura umana, senza però glorificare la figura e le gesta di Gein. Visivamente, Monster: Ed Gein è un capolavoro di atmosfera. Le scenografie, la fotografia e la colonna sonora contribuiscono a creare un senso di claustrofobia e inquietudine che accompagna lo spettatore per tutti gli otto episodi. Ogni scena è curata nei minimi dettagli, ogni inquadratura trasmette tensione, ogni silenzio pesa.
Ryan Murphy continua a ridefinire il genere true crime con intelligenza e stile. Questo terzo capitolo sa essere sia disturbante che profondo, visivamente potente e narrativamente ambizioso. Si conclude in un affascinante e geniale delirio danzante sulle note di “Owner of a lonely heart” degli Yes, fino ad arrivare alla profanazione della tomba di Gein. Finale in cui si intrecciano, di nuovo, realtà e finzione in un mix d’immagini ricche di poesia e terrore.
Questa conclusione è perfetta per una serie che mette al centro del racconto di quanto siano potenti le immagini. Fotografie e fumetti hanno fomentato la mente distorta di Gein. E non è ancora così oggi? Quanto siamo influenzati da ciò che vediamo sui social, in tv o al cinema? Gein ha ispirato sia delle pietre miliari della storia del cinema, quanto altri reali serial killers. Per quanto sia spaventoso tutto quello che ci viene mostrato, alla fine c’è una figura più inquietante e pericolosa del macellaio di Plainfield: Augusta.

“Solo una madre può amarti.”
Questa frase dimostra quanto la religione distorta possa trasformare l’amore materno in fanatismo. In tutta la serie, viene messa in luce la paura del diverso. Il male, però, viene etichettato solo quando è evidente. E’ più facile ignorare, invece, i segnali che permetterebbero di evitare certi crimini. O meglio, scegliere di ignorare. Allora chi è il vero mostro? Forse…quello che scegliamo di non vedere. Una maschera di pelle umana indossata con lingerie elegante fa decisamente meno orrore di questa società.
Ed Gein ha compiuto azioni terribili e ingiustificabili che, forse, potevano essere evitate. Questo non lo sapremo mai…ma grazie a questo capitolo di Monster, viene evidenziata l’importanza della salute mentale, tema quanto mai attuale. Dai mostri, allora, si puo’ imparare. Non ha più importanza se mostri si nasce o si diventa. Quello che conta, è poterli curare. Guarire. Evitare che certe pagine nere non vengano più scritte.
