Dopo aver diretto Chevalier nel 2015 e aver curato la regia di alcuni episodi della serie di produzione statunitense Upload, la regista e sceneggiatrice greca Athīna Rachīl Tsaggarī arriva alla 81esima edizione del Festival di Venezia con la sua ultima fatica dal titolo Harvest.

Diretto dalla stessa Tsaggarī, che si occupa anche della sceneggiatura insieme a Joslyn Barnes, Harvest è tratto dal romanzo Il Raccolto scritto da Jim Crace nel 2013 ed è prodotto da Sixteen Films, Rebecca O’Brien, Louverture Films, Haos Film e Why Not, Meraki Film.

Dopo averlo apprezzato lo scorso anno con Dogman di Luc Besson, anche in Harvest ritroviamo come protagonista Caleb Landry Jones nei panni del fattore Walter Thirsk, che vive e lavora all’interno di un villaggio senza nome e che condivide un’amicizia con il signore del maniero Charles Kent (Harry Melling) fin dall’infanzia.

L’apparente quiete del posto viene immediatamente messa a rischio quando iniziano ad avere seguito una serie di avvenimenti che sconvolgono la piccola comunità non abituata ad accogliere ciò che arriva dall’esterno. In primis vengono messi alla gogna un paio di stranieri con l’ingiusta colpa di aver provocato il violento incendio scoppiato nel fienile e successivamente viene accusato il cartografo di essere responsabile di sfortunate sciagure inerenti alla vita contadina. Alla fine, però, è solo con l’arrivo del cugino di Charles che si arriva ad un definitivo abbandono del villaggio e alla messa in discussione di Walter che rimane solo in una terra semi-desolata.

Harvest è una storia che si sviluppa in crescendo, quasi come un effetto domino, ogni situazione sfocia in superstizioni che inevitabilmente coinvolgono altri personaggi e accrescono la tensione drammatica.

Con una profonda scarsità di dialoghi, la regista preferisce puntare maggiormente sul coinvolgimento visivo, aprendo la narrazione con il protagonista immerso in un’ambientazione bucolica.

È qui che incontriamo il personaggio di Walter per la prima volta, ovvero un vedovo taciturno che si tiene in disparte da ciò che accade, senza dimostrare alcun interesse a proteggere gli abitanti da ciò che arriva da oltre i confini.
Anche per questo film, Caleb Landry Jones dimostra la sua abilità attoriale puntando maggiormente sull’abilità espressiva più che sulle parole e lo stesso vale per il resto del cast, che riesce dare una convincente prova di immedesimazione.

Se il romanzo opta per una narrazione in prima persona da parte di Walter, Harvest preferisce non utilizzare alcun tipo di voce fuori campo e focalizzarsi maggiormente sulle azioni, sui gesti e sulle tematiche portanti della storia: parliamo di superstizione, chiusura verso mutamento e modernità, oltre che paura verso ciò che non si conosce. Tutto ciò è abbastanza percepibile durante la visione, ma non è sufficiente a far cogliere allo spettatore un messaggio implicito.

Attraverso un tempo narrativo che appare – per certi versi – lento, Harvest gioca tutto su delle riprese più dinamiche e su una interessante fotografia carica di ombre, che ti coinvolge sia nei momenti di tensione che in quelli dedicati alla sfera mistica. Tutto fa pensare ad un’epoca che si pone tra Seicento e Settecento, anche se non viene mai esplicitamente espresso né un tempo storico, né un luogo ben definito.

Ciò che maggiormente conta è come l’inevitabile spinta verso il cambiamento e la modernità generi conflitto nei confronti di una piccola realtà rurale portando a delle drastiche conseguenze. Un messaggio abbastanza diretto quello che emerge da Harvest, ma che non basta a rapire lo spettatore e a metterlo di fronte a una chiave di lettura soddisfacente. Nel film si rivela fin troppo percepibile quella mancanza di equilibrio tra narrazione e immagini, che, anche se voluta non convince granché.