Monaco di Baviera, 5 marzo 2026. L’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con l’associazione culturale Rinascita e.V. con Lara Galli e sotto la curatela di Leonardo Allegri, in occasione dell’anniversario della nascita, dedica la serata a Pier Paolo Pasolini. L’evento, svoltosi alla presenza del Vice Console Giacomo Leopoldo Bampini, vede protagonisti Ninetto Davoli, attore, amico e testimone diretto, e Roberto Chiesi, critico cinematografico e responsabile del Centro Studi – Archivio Pasolini alla Cineteca di Bologna.

Monaco di Baviera incontra Pasolini

C’è un momento, durante la serata, in cui Ninetto Davoli si alza dal palco, scende tra il pubblico e va a sedersi di fronte alla traduttrice Martina Kiderle, per guardarla meglio mentre lei parla. Non lo fa per capriccio o per effetto scenico. Lo fa perché è così, perché lo ha sempre fatto: spontaneo, fisico, impossibile da contenere in una cornice. In quell’istante, senza dirlo esplicitamente, Davoli ha spiegato meglio di qualunque critica cosa significasse per Pasolini averlo accanto: un’energia che non si recita, che non si sceneggia, che semplicemente c’è.

La serata dedicata a Pasolini, una vita corsara ha avuto questo tono: non commemorativo e non accademico, ma vivo, arricchito anche da artisti che lo hanno omaggiato. Il dialogo tra Davoli e Roberto Chiesi ha attraversato cinquant’anni di cinema, poesia, battaglie culturali e aneddoti privati, offrendo al pubblico tedesco, e non solo, uno sguardo raro sull’uomo dietro l’opera.

La carezza dell’Acquasanta a Ninetto Davoli

Tutto cominciò per caso, come spesso accade nelle storie che contano. Davoli ha raccontato di essere arrivato a Pasolini da ragazzo, durante una festa popolare nel quartiere romano dell’Acquasanta, seguendo la curiosità per una folla radunata su una collinetta. Lì stava girando La ricotta. Fu il fratello di Ninetto, che lavorava come attrezzista sul set, a fare le presentazioni. Pasolini lo guardò, sorrise, e gli fece una carezza in testa. Per un ragazzo cresciuto in una borgata romana dove, come ha detto con quella precisione feroce che hanno solo le memorie vere: “A casa mia era botte o ‘mo ti magni questa minestra o ti butti la finestra’”, quella carezza fu una specie di rivelazione. Non una cosa sentimentale: una cosa concreta, fisica, che apriva un mondo diverso. Quando Pasolini lo chiamò per il Vangelo secondo Matteo, Davoli disse che si vergognava, che non sapeva stare davanti alla macchina da presa. Pasolini rispose che non doveva fare niente di importante. “Guarda qui, guarda là, sorridi.” E sul set accadde il miracolo banale e decisivo: qualcuno gli chiese cosa voleva mangiare. Qualcuno gli offrì una sedia. Qualcuno si preoccupò di lui. “Portamele entrambe”, disse quando gli domandarono se voleva pasta bianca o pasta rossa. E da lì non si fermò più.

Totò, il DDT e la vestaglia rosso cardinale

Tra gli episodi raccontati nel corso della serata, quello del primo incontro con Totò ha tenuto la sala sospesa tra il riso e la riflessione. Davoli ha descritto con precisione cinematografica la spedizione ai Parioli, quartiere che da casa sua sembrava un altro pianeta, il portone grande “il doppio di casa mia col patocco”, l’ascensore con il divano di velluto rosso (“Ah Pà, ma dentro l’ascensore ce stanno le poltrone?”), la tavola apparecchiata con posate che sembravano destinate a una piccola folla (“Ma Pà, a me me basta un piatto”). E poi Totò che apre la porta in vestaglia rossa cardinale con i pompon, e Ninetto che sbotta a ridere mentre Pasolini si vergogna.

Il dettaglio che ha mandato in visibilio la sala è arrivato dopo, come spesso accade con i migliori aneddoti. Lo raccontò Franca Faldini, compagna di Totò, e Davoli lo porta con sé da anni come una reliquia comica: appena i due ospiti uscirono, Totò chiuse la porta, corse allo sgabuzzino, prese una bomboletta di DDT e la spruzzò sul posto dove era seduto Ninetto. “Magari pensava che c’avessi i pidocchi”, ha commentato Davoli, con quella logica disarmante che è una delle sue doti maggiori. E ha aggiunto, senza acrimonia: “Poi non capisco sta cosa, come lui era igienista, però lui c’aveva i cagnolini e si faceva leccà ‘n faccia.”

Chiesi ha ricordato come la coppia Davoli-Totò rappresenti uno dei momenti più singolari del cinema italiano: un attore con decenni di esperienza e un ragazzo di borgata che esordiva, uniti da Pasolini in una visione del cinema che non assomigliava a nessun’altra.

Uccellacci e uccellini uscì e non fece una lira, ha ricordato Davoli, perché il pubblico si aspettava il Totò comico e gioioso. Trovò invece qualcosa di diverso, più difficile, più malinconico. Ma Totò, a modo suo, era stato contento.

“Diventeremo tutti uguali in peggio”

La parte più densa del dialogo ha riguardato il Pasolini pensatore, il Pasolini che guardava la televisione nascere e capiva già dove stava andando a finire. Chiesi ha aperto questa sezione ricordando come il Pasolini degli anni Sessanta credesse ancora che il paese potesse cambiare, che il consumismo potesse essere sconfitto, che quel mondo popolare che amava, le borgate, i corpi, i dialetti, potesse resistere all’omologazione. E come quella speranza si sia spenta progressivamente, lasciando spazio a una consapevolezza tragica: i giochi erano fatti.
Davoli ha risposto con la semplicità di chi ha vissuto quei discorsi in diretta, senza la mediazione della critica. Raccontava di quando Pasolini vedeva nascere la televisione e sperava che quella “scatoletta” potesse servire a comunicare cose utili, a fare crescere la gente. E di come quella speranza si sgretolò presto, davanti a una televisione che spingeva invece verso “cose che ti portavano in qualche cosa di negativo, forzato consumismo.” Davoli ammetteva di non volerci credere, lui che aveva comprato il frigorifero a sua madre, lui che aveva comprato la televisione e ne era felice. Ma Pasolini vedeva oltre il singolo oggetto, oltre il singolo acquisto. Vedeva il meccanismo.
“Ti affacci oggi, e siamo tutti uguali, siamo diventati tutti uguali in peggio.” Questa frase, attribuita a Pasolini da Davoli durante l’incontro, sintetizza con brutalità il pensiero di uno scrittore che non smise mai di lottare, pur sapendo di perdere. Tutti i politici contro di lui, gli industriali, i produttori, i poeti. Lo prendevano per pazzo. Lui continuava a scrivere, a girare, ad andare avanti con i paraocchi. “Pier Paolo c’ha avuto 33 denunce, sempre assolto però”, ha ricordato Davoli, quasi divertito da quel paradosso tutto italiano: denunciarlo continuamente senza riuscire mai a inchiodarlo davvero.

Non resta che chiedersi cosa avesse pensato dei nostri giorni…

Ninetto Davoli: “Er Gorilla” de Pasolini

C’è una storia che Davoli racconta con l’aria di chi sa che sembrerà esagerata ma è esattamente così: lui che accompagnava Pasolini alle conferenze da ragazzo, seduto tra il pubblico a non capire quasi niente di quello che veniva detto, ma pronto a intervenire non appena qualcuno alzava la voce o faceva una battuta di troppo. “Nun ce capivo un cazzo di quello che diceva”, ha detto senza imbarazzo. “Però stavo lì.” E quando qualcuno provocava, i fascisti che seguivano Pasolini nelle sue uscite pubbliche provocavano spesso, a volte fisicamente, Davoli si avventava. Così i giornali lo avevano soprannominato “Er gorilla de Pasolini.”

Pasolini, ha ricordato, lo rimproverava per questo. “Ma tu sei pazzo, ma perché fai così? Lascia perdere.” Pasolini rispondeva a parole, e le parole erano la sua arma più affilata. Ma Davoli veniva dalla periferia, e nella periferia quando un amico viene offeso si risponde in un altro modo. Ha raccontato anche della sera all’università, il secchio di vernice tirato contro la casa dello studente, Pasolini che inseguì uno degli aggressori per un pezzo, il fratello di Ninetto finito all’ospedale con una costola rotta, i fascisti catturati e consegnati alla polizia che li rilasciava subito. Una storia già vista, già sentita.

Maria Callas, Totò e i Re Magi randagi

Tra i ricordi che Davoli porta stabilmente nel suo repertorio narrativo, uno dei più sorprendenti riguarda Maria Callas. Pasolini lo portò a Parigi per il film Medea, lo introdusse alla cantante, e poi, mentre lui stava montando, gli chiese di tenerle compagnia. Davoli arrivò al Grand Hotel di Roma su un’Alfa Romeo GT rossa modificata, salì nella suite, e si trovò a non sapere bene cosa dire a una delle voci più grandi del Novecento. Lei gli fece mettere le mani dietro i fianchi per sentire la vibrazione degli acuti. Gli parlò di Aristotele Onassis, che per il suo compleanno le aveva regalato una petroliera. “Mej Cojoni”, ha commentato Davoli, con quella logica disarmante che gli appartiene. Poi, per uscire dall’impaccio, le propose di andare a girare per le periferie romane dove Pasolini aveva ambientato i suoi film. Lei disse di sì con entusiasmo. E così Ninetto Davoli si ritrovò a portare Maria Callas all’Acqua Bullicante, su una panchina di un bar di borgata, annunciandola al titolare come se presentasse una vecchia amica. Il barista la guardò e rispose con un’espressione romanesca che non si può riportare per intero, ma che vale da sola un film.

Chiesi ha ricordato anche un progetto mai realizzato: I Re Magi randagi, in cui Davoli e Totò avrebbero attraversato l’Italia, Parigi e New York diretti verso Betlemme. Un film povero, picaresco. Poi Totò morì. Si pensò a Eduardo De Filippo. Poi nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975 venne ucciso Pasolini, sulla spiaggia di Ostia. La data delle riprese era già fissata, i budget stanziati, la primavera del 1976. Il film non si fece mai.

Salò come risposta a Bertolucci

Un episodio, getta una luce diversa sulla genesi di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Davoli ha ricordato di essere andato con Pasolini a vedere Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Usciti dalla sala, si erano guardati in faccia. Pasolini, che aveva amato profondamente il Bertolucci di La commare secca, rimase deluso in modo netto. Lo trovava “corrotto”, falso rispetto all’espressione autentica che aveva ammirato negli esordi. E poi, quasi come una sfida, cominciò a pensare a Salò. “Ah allora è questo che alla gente piace?” disse, secondo il racconto di Davoli. Chiesi ha definito quella reazione “una bella provocazione”, con il tono di chi sa che la storia del cinema sarebbe diversa senza quella sera al cinema.

Ninetto Davoli, Pasolini: cosa resta?

Alla fine della serata, quello che rimane non è solo un catalogo di aneddoti preziosi, benché tali siano. Rimane l’immagine di un Pasolini visto da dentro, non da fuori: non il monumento, non il martire, non il profeta in astratto, ma l’uomo con la cravatta che suona il campanello a casa di Totò, l’uomo che compra i dischi di Maria Callas e li fa ascoltare a un ragazzo di borgata che preferisce Celentano, l’uomo che incassa trentatré denunce e le vince tutte, l’uomo che insegue chi gli ha tirato la vernice fino a un garage e poi lo perde perché quello è uscito dall’altra parte.

Ninetto Davoli porta questo Pasolini in giro per il mondo con una fedeltà che non assomiglia alla devozione del discepolo, ma all’affetto schietto di chi sa di avere avuto fortuna. Non la fortuna del talento o del successo, ma quella più rara: la fortuna di incontrare, in una mattina qualunque all’Acquasanta, qualcuno che ti fa una carezza in testa e ti apre un mondo.

La serata ha dimostrato del resto che Pasolini vive anche attraverso chi lo reinterpreta: accanto al dialogo tra Davoli e Chiesi, l’evento ha ospitato il performer Alessio Trevisani, l’attrice Anna Di Maggio, il regista Antonio Guidi, la cantante Cornelia Melian, il fotografo Dino Pedriali, l’artista e curatore dell’evento Leonardo Allegri, l’autore Marco Montemarano, il documentarista Raimund Ritz e il musicista Sebi Tramontana, in un programma che ha attraversato discipline diverse: dalla musica alla fotografia, dalla performance alla regia e alla lettura teatrale, restituendo l’immagine di un’opera che non si lascia rinchiudere in nessun formato e continua a interpellare artisti di generazioni e linguaggi differenti. Per un Pasolini che vive ancora…