Ci sono film di sopravvivenza che trasformano la natura in un avversario e altri che la utilizzano come uno specchio. Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio appartiene soprattutto alla seconda categoria: dietro il confronto con un ambiente ostile si nasconde un racconto sull’uomo, sulla paura e su quella sottilissima linea che separa la civiltà dall’istinto.
Diretto da David Ayer, il film vede Brad Pitt nei panni di un ex Navy SEAL che, insieme al suo cane da combattimento, deve cercare di sopravvivere dopo essere rimasto bloccato nella natura selvaggia dell’Alaska.
Una premessa essenziale, quasi archetipica: un uomo, un animale e un territorio che non concede protezione.
Heart of the Beast: la natura non è il nemico

Il punto più interessante di Heart of the Beast non è tanto chiedersi se il protagonista riuscirà a sopravvivere, quanto osservare cosa debba abbandonare di sé per riuscirci.
Ayer torna così su uno dei territori che attraversano buona parte del suo cinema: uomini formati dalla violenza che continuano a portarla dentro anche quando la guerra sembra essere terminata. Qui, però, vengono meno la squadra, le gerarchie e persino il nemico riconoscibile. Rimangono soltanto il corpo, il trauma e l’istinto.
La natura smette allora di essere semplicemente qualcosa contro cui combattere. È uno spazio che progressivamente spoglia l’uomo delle sue sovrastrutture, costringendolo a confrontarsi con ciò che rimane quando tutto il resto scompare.
Brad Pitt tra l’uomo e la bestia

È soprattutto il rapporto con il cane a impedire a Heart of the Beast di ridursi a un semplice survival movie. Tra uomo e animale si produce quasi un’inversione: mentre il secondo conserva una forma elementare di fedeltà, il primo deve riscoprire quella componente animale che la civiltà gli aveva insegnato a controllare.
Brad Pitt diventa così il corpo attraverso cui Ayer mette in scena questo progressivo ritorno all’istinto. La sopravvivenza non coincide soltanto con la capacità di resistere alla fame, al freddo o ai pericoli dell’ambiente, ma con l’accettazione di una parte di sé rimasta sepolta.
Heart of the Beast trova quindi la propria forza quando dimentica la spettacolarità del survival movie e si concentra sulla solitudine del suo protagonista. Non reinventa il genere, ma ne utilizza i codici per raccontare qualcosa di più intimo: per sopravvivere alla bestia bisogna prima riconoscere quella che portiamo dentro.
