Un uomo arranca con passo pesante in mezzo al fango, cappellaccio nero calato sugli occhi, una sella sulla spalla e trascina una bara. Django. Si avvicina al paese di Tombstone, al confine col Messico. Non ancora arrivato in città, incontra una donna, Maria, fuggita dai messicani e per questo legata e frustata. Prima che Django possa fare qualcosa, arrivano gli uomini del Generale Jackson, una banda razzista filo-sudista, uccidono i latini e condannano a morte la ragazza, colpevole di essersi mischiata con una razza inferiore. Django uccide tutti gli uomini del generale e la salva. In città i due si rifugiano nello scopereccio saloon di Nataniele, dove l’oste esorta il pistolero ad andare via per evitare grane. Django resta e prima fa fuori cinque uomini di Jackson, poi riduce a carne macinata quasi tutta la banda del generale attraverso il rigido ospite che alloggia nella sua bara: una mitragliatrice gatling che sputa tuoni, fulmini e piombo.

Dopo la strage arrivano i compañeros di Hugo, il capo dei rivoluzionari al quale Django un tempo aveva salvato la vita e ora, insieme, assaltano Forte Charriba per rubare l’oro di Jackson necessario all’acquisto di armi. La refurtiva andrebbe spartita, ma quando Django capisce che non avrà mai la sua parte, mette tutto nell’amata cassa da morto e scappa verso sud con Maria, ma l’oro finisce nelle sabbie mobili. Quando Django rischia la pelle per recuperare la fortuna, arrivano Hugo e i suoi che sparano a Maria e intenzionalmente non uccidono Django, peggio, con i cavalli gli frantumano le mani.

L’infallibile pistolero, con Maria esanime tra le braccia e le dita tritate, torna da Nataniele che lo cura sommariamente. Infine, semi-mutilo, chiude il conto col Generale Jackson nel cimitero di Tombstone, dove è seppellita la sua vera moglie.

Nato dall’estro dei fratelli Corbucci e diretto solo da Sergio, maestro del genere, secondo solo a Leone, “Django” è un manifesto dello spaghetti western.

Il lavoro di Corbucci, molto violento e sanguinario, è indubbiamente tra i più spietati del genere; galoppa insieme ai film di Leone e al tempo stesso si discosta da loro. Nel West del Sergio buono, brutto e cattivo, il sole acceca e scava i volti dei protagonisti coperti di polvere; il West dell’altro Sergio, quello che faceva scontrare Maciste con un vampiro, è invece presentato come incredibilmente selvaggio, dove i personaggi annaspano nel fango e hanno i volti scavati non dal sole cocente ma dalle loro torbide storie.

Potremmo inquadrare Django come l’antieroe tipico: Corbucci quasi attinge dall’Eracle euripideo e porta all’estremo il fortunato stereotipo della classicità, impressionando su pellicola un personaggio malinconico, con un passato pieno di sciagure come la guerra, il carcere o l’assassinio della moglie. Si trascina dietro la Morte stessa, responsabile dei suoi drammi, che non ha ancora terminato di fargli saldare tutti i debiti con il passato e che continua a martellarlo con i lutti, aggiungendo ogni volta un chiodo in più a quella funesta bara di legno. L’uomo con la pistola e il cappello nero avanza rassegnato verso il triste destino, sa che neanche la vendetta può riscattare la sua tormentata anima. Egli si considera già morto e alla prostituta che gli domanda cosa porta nella cassa, risponde “uno di nome Django”.

È il prototipo del western crepuscolare, tanto caro a Clint Eastwood, anticipa in un certo senso le ultime cartucce sparate negli anni ’80 e ’90 dal cinema western americano.

Presentando il personaggio che viene dal fango con una sella, ma senza cavallo e traina una cassa da morto, Corbucci effettua una separazione netta col modello del cowboy senza macchia americano, taglio ancora più profondo di quello effettuato da Leone che faceva arrivare Clint Eastwood in groppa a un mulo. Questo film, uscito nel 1966, insieme all’ultimo capitolo della trilogia del dollaro di Leone, ha contribuito all’affermazione della visione italiana del western: lo spaghetti western è un filone a sé, completamente diverso dalle cartoline americane di John Ford. Più violenti, insensatamente crudeli e senza dubbio maleducati, i pistoleri di casa nostra sono rozzi, uomini villani che uccidono quasi senza un apparente motivo, diametralmente opposti ai galantuomini yankee dagli stivali lustrati.

La sequenza finale da sola vale l’intera visione: difficilmente si dimentica sia Django con le dita rotte e piene di sangue, che si protegge dietro il Cristo a sepoltura della moglie, sia il ghigno del Generale Jackson, che vede le mani giunte e crede che siano in preghiera, quindi spara ai bracci della croce recitando padre, figlio e spirito santo, invece di amen Django grida “e così sia” scagliando tutto il suo piombo contro Jackson.

I Corbucci lasciano un cult impossibile da scordare, non soltanto per appassionati. Uscito in molti Paesi, ha avuto un sequel ufficiale: Django strikes again e diversi registi hanno sfruttato il nome di Django, di essi vogliamo sottolineare unicamente Django il bastardo e Django spara per primo. La fama del caballero dagli occhi di ghiaccio ha cavalcato fino al sol levante per mano di Takashi Miike che ha omaggiato il decadente pistolero con un remake dal titolo Sukiyaki western Django. Nella riscritura giapponese del 2007 troviamo un’inaspettata comparsa che proprio quest’anno ha regalato il suo personalissimo western: Quentin Tarantino che con Django unchained realizza un tributo per tutti i fan dello spaghetti western. Tarantino, nostalgico più che mai, inserisce tra le mille citazioni anche Franco Nero per pochissimi minuti: l’attore, invecchiato nel suo mantello nero, appare come un malinconico schiavista con le mani doloranti e coperte da guanti bianchi, inequivocabile rimando alle sorti del personaggio italiano e al crepuscolare cowboy non dimentico che nel nome Django la “D” è muta.

Attilio Pietrantoni