Nonostante dichiarazioni poco professionali da parte della Presidentessa di Giuria Lucrecia Martel in apertura del festival, Roman Polanski – in corsa per il tanto ambito Leone d’Oro alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo J’Accuse – ha pienamente soddisfatto le aspettative di pubblico e critica, presentando un complesso lungometraggio in costume che, all’apparenza, potrebbe sembrare molto lontano da quanto da lui stesso realizzato nel corso della sua lunga e prolifica carriera. Solo all’apparenza, però. Perché, di fatto, se J’Accuse ci racconta una storia (realmente accaduta) cronologicamente assai distante dal periodo in cui viviamo, dall’altro canto essa si rivela, pian piano, molto più vicina a noi – e, ovviamente, allo stesso Polanski – di quanto inizialmente possa sembrare.

Ci troviamo, dunque, a Parigi, nel 1895. Il capitano di origini ebraiche Alfred Dreyfus (un ottimo Louis Garrel) viene ingiustamente accusato di essere un informatore dei tedeschi e, pertanto, condannato alla deportazione a vita presso l’Isola del Diavolo, nell’Oceano Atlantico. Al contempo, Georges Picquart (Jean Dujardin) viene promosso a capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato e, dopo una serie di indagini, si rende conto di come la cosa sia, in realtà, tutta una montatura.

J'accuse Roman Polanski Venezia 76
Anche dopo una prima, sommaria lettura della sinossi, dunque, ci rendiamo conto di come le vicende di Dreyfus abbiano chiari parallelismi con le accuse rivolte contro Polanski stesso, a seguito delle quali il regista, che attualmente vive in Francia, appunto, ha avuto non pochi problemi a produrre film e a lasciare il proprio paese. Ed ecco che, improvvisamente, il presente J’Accuse ci appare come uno dei film più personali e incredibilmente intimistici del regista, dove, tra l’altro, non mancano anche riferimenti ai modi in cui gli ebrei, già a quel tempo, venivano ingiustamente trattati (non dimentichiamo che la stessa famiglia dell’autore è stata uccisa, a suo tempo, ad Auschwitz).

Al di là, comunque, della vicinanza nei confronti di ciò che viene messo in scena, indubbiamente J’Accuse è un prodotto di grande valore artistico. Se, infatti, durante i primi minuti si fatica a capire dove il cineasta voglia realmente andare a parare, ecco che, grazie a uno script di ferro, assistiamo a un vero e proprio crescendo che ci accompagna fino al finale. Persino con un gradito tocco di ironia al proprio interno. Ed ecco che, immediatamente, iniziamo a riconoscere, pian piano, i tratti distintivi dell’intera opera polanskiana. Se, infatti, i precedenti lavori dell’autore si sono sempre distinti per uno spiccato e inconfondibile senso di claustrofobia – ottenuto, spesso e volentieri, grazie anche all’utilizzo di ambienti angusti o uniche location – stesso discorso vale per il presente J’Accuse, dove, appunto, il sopracitato senso di claustrofobia nasce proprio dall’oppressione governativa, dal senso di ingiusta umiliazione e dalla mancanza di libertà individuale.

E anche se, dunque, il presente lungometraggio può inizialmente apparire come uno tra i lavori maggiormente atipici del cineasta polacco, non possiamo che renderci conto come, in realtà, esso sia forse tra i film più vicini al regista stesso: un film arrabbiato, che ha tanta voglia di urlare, ma che, di fatto, non manca mai di mostrarci i fatti con il dovuto distacco; un film che si scaglia contro i potenti e le autorità, muovendo anche una forte critica nei confronti della Francia stessa; un film che mostra come, in determinate situazioni, l’essere umano possa venire crudelmente “schiacciato”. Proprio come accade a una sigaretta, spenta con una forza quasi sadica all’interno di un portacenere da uno dei personaggi principali di questo interessante J’Accuse.

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