Ultima fatica di Francesco Rosi, La Tregua è una trasposizione del 1997 dell’omonimo romanzo vincitore del Premio Campiello di Primo Levi.
Il film lascia un’impronta profonda. Fa riflettere sull’importanza della memoria e sul difficile cammino verso la guarigione.
Presentato in concorso al 50esimo Festival di Cannes, il film ha vinto quattro David di Donatello (miglior film, miglior regia, miglior montaggio e miglior produttore).

La Tregua esplora in modo intimo e profondo la difficoltà di reintegrarsi in una vita normale dopo un’esperienza devastante. La regia di Francesco Rosi e le interpretazioni, in particolare quella di John Turturro nei panni del protagonista, rendono l’opera un’esperienza emozionale potente.

E’ una meditazione sul trauma, sulla sofferenza, sulla forza dei ricordi e del dolore. Ma anche sulla ricostruzione, sulla complessità della condizione umana.

Rosi fa un viaggio nelle ferite che non possono rimarginarsi, lascia, però, anche spazio alla speranza. Perché anche nei momenti più bui si puo’ scovare un po’ di bellezza.
La sua ultima pellicola è un inno alla resilienza e alla scoperta di quelle crepe da cui entra comunque la luce. Che lo si voglia o no.   

Oggi i giovani non sanno, ed è difficile far capire a un ragazzo la follia nazista, la minaccia della violenza sempre in agguato.

Francesco Rosi

La tregua di Francesco Rosi: trama del film

Auschwitz è stata liberata.
Un gruppo di reduci italiani, salvati dai russi, intraprendono una lunga marcia per tornare a casa. Sarà Un viaggio pieno di difficoltà e affrontato nelle condizioni più disperate. Primo (John Turturro) osserva i cambiamenti dell’Europa liberata dai nazisti e, pian piano, cerca di riprendere coscienza del proprio corpo. Di riconquistare la sua personalità. Ma non riesce a smettere di rivivere gli orrori vissuti nel campo di concentramento e si sente quasi in colpa per essere sopravvissuto.

Dopo innumerevoli fatiche e incontri che gli faranno vedere con occhi nuovi l’amicizia e l’amore, arriva finalmente a Torino. Ad accoglierlo, sua mamma e sua sorella. Primo riprende a vivere una routine quotidiana che sembra spezzare la sua esistenza emotivamente devastata. Segnato ormai dalla tragedia, vive una tregua. Non puo’ cancellare la sua memoria traumatica, ma grazie alla sua macchina da scrivere puo’ rendere eterna la sua storia indimenticabile.

Per La tregua sono andato a Torino e ho conosciuto la famiglia di Levi. Ho lavorato come un matto, come mai mi è capitato. È stato il solo film da cui, alla fine, non riuscivo a uscire, e tutte le volte che lo rivedo recupero quelle sensazioni. Ogni tanto riprendo un suo libro e rileggo un passaggio anche venti volte, dicendomi: fammi vedere che cosa ne pensa Levi.
Ti fa pensare alle cose per cui vale la pena vivere, mostrandoti qualcuno che si rimette in piedi lentamente, magari tornando ad ascoltare la musica, o ridiventando nostalgico, o prendendo in mano una matita. Racconta spesso di come i prigionieri tenessero la testa bassa, perché cercavano il cibo e non volevano incrociare nessuno sguardo.
Ecco: poter finalmente tornare ad alzare la testa. In un libro così denso c’è anche questo.

John Turturro

L’ interpretazione di Turturro è intensa e misurata. Riesce a trasmettere sia il peso dei traumi psicologici che Primo porta con sé, sia la sua lotta interiore per riscoprire il significato dell’esistenza. Grazie alla sua capacità di esplorare le sfumature emotive, regala una performance che è al contempo delicata e potente. Piena di tristezza ma anche di una timida speranza. Il peso della storia è sulle sue spalle, ma Rosi lo ha circondato di un cast di attori che hanno reso ancor più potente il suo lavoro. Ognuno di loro è perfetto per la parte.

Impossibile non citare Massimo Ghini nei panni di Cesare, un materassaio ebreo del ghetto romano o Rade Šerbedžija (il Greco, lenone itinerante al seguito dell’esercito russo). Memorabili Roberto Citran (il musicista disincantato), Stefano Dionisi (Daniele, unico sopravvissuto fra trentuno della sua famiglia), Claudio Bisio (ladro rinchiuso a San Vittore, che con la speranza della libertà finisce ad Auschwitz) e Andy Luotto, il messinese triste). Una grande prova d’attrice anche per Lorenza Indovina, candidata come miglior attrice non protagonista ai David di Donatello per la sua Flora.

Il film affronta temi di grande importanza, come la religione e la discriminazione razziale. Ma mostra che l’amore è come i fiori: riesce a sbocciare anche dove sembra che sia impossibile. Nei luoghi in cui la vita è stile. In cui le condizioni sono avverse. Francesco Rosi è un maestro nel donare la speranza della nascita e della rinascita. Accompagna il gruppo di superstiti devastati dall’orrore con grande complicità e profondo rispetto.  

Il maestro napoletano mette in scena una narrazione delicata senza forzare il pathos. Con una potenza che si sviluppa attraverso il silenzio e i piccoli gesti. La sua regia è sobria e ricca di sfumature. Crea un’atmosfera che evoca il dolore e la solitudine del protagonista e dei suoi sfortunati compagni di viaggio. Sperduti per l’Europa come nello spirito. Il film, però, non è solo una riflessione sulla memoria storica dell’Olocausto, ma anche un’analisi della difficoltà di tornare a vivere dopo l’orrore, di trovare un equilibrio emotivo in un mondo che sembra aver perso la sua umanità.

La fotografia di Pasqualino de Santis e Marco Pontecorvo contribuisce in modo significativo alla creazione di un’atmosfera intima e riflessiva. Le immagini, spesso fredde e spoglie, rispecchiano il vuoto interiore di Primo, ma anche la sua lenta riacquisizione di speranza, attraverso il contatto con il mondo esterno e la ricerca di affetto. I fotogrammi sono stati magistralmente uniti dai montatori Ruggero Mastroianni e Bruno Sarandrea. Passato e presente si intrecciano con dei flashbacks che svelano a man a mano il racconto.

Per questi professionisti c’è una dedica nel film. «a Pasqualino e Ruggero». Lo storico direttore della fotografia del cinema italiano è morto in Ucraina proprio durante le riprese. Ruggero Mastroianni, invece, è venuto a mancare poco prima di ultimare il suo lavoro. Proprio per questo a completare le loro fatiche, sono dovuti intervenire gli altri due artigiani-artisti.

La colonna sonora di Luis Enriquez Bacalov è, come al solito, impeccabile. Le sue composizioni, sempre eleganti e mai invadenti, accompagnano perfettamente il tono del film, enfatizzando i momenti di intimità e di riflessione, ma anche le tensioni interiori del protagonista. La musica non è solo un accompagnamento emotivo, ma diventa parte integrante della narrazione, amplificando il senso di tregua che Primo sperimenta.

Ne La Tregua, Rosi mescola la drammaticità della memoria storica con la ricerca di un’anima ferita che, pur cercando di rinascere, è costantemente ostacolata dal peso del passato. Proprio per questo il finale del film è inevitabilmente segnato dalle parole che più racchiudono il senso (se un senso c’è) dell’Olocausto. Quelle di Primo Levi tratte dai versi introduttivi del suo libro Se questo è un uomo. Ed è proprio con queste parole che non puo’ che concludersi questo articolo dedicato al Giorno della Memoria.

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.