Per essere più precisi il titolo sarebbe: Il Signore degli Anelli – La guerra dei Rohirrim. Lo sfrontato attingimento del film a un capitale culturale immenso e famosissimo come quello de Il Signore degli Anelli (prima letterario di J. R. R. Tolkien e poi cinematografico, che dall’uscita nelle sale dell’omonima trilogia non ha fatto che alimentare reciprocamente la propria notorietà) se non fosse, così, già palese, ogni dubbio sarebbe fugato dal trailer che apre alla nuova avventura riproponendo scene ripescate dall’epopea dell’Unico Anello con la conseguente comparsa del rutilante: “Peter Jackson presenta” (ma solo in veste di produttore esecutivo).
Se il bisogno di una tale, “sottile” campagna promozionale è comprensibile considerando la natura di un’operazione produttiva rischiosa che tenta di adattare uno degli eventi meno affascinanti (e meno descritti dall’autore stesso) della complessa mitologia tolkeniana mediante le animazioni del regista nipponico Kenji Kamiyama, sono altrettanto intellegibili i dubbi che serpeggiano anche (o forse soprattutto) tra i fan in attesa dell’arrivo del film nelle sale il 1 gennaio.

Inserendosi nel canone delle due trilogie jacksoniane, 183 anni prima degli eventi de La Compagnia dell’Anello, La guerra dei Rohirrim porta sul grande schermo il drammatico destino della Casata di Helm Mandimartello, il leggendario re di Rohan da cui, in seguito alle vicende narrate, prenderà il nome il Fosso di Helm. I sotterfugi di Freca e di suo figlio Wulf, signori del Dunlending, spingeranno Helm a un conflitto che, degenerando, costringerà il re e il suo popolo a organizzare un’audace resistenza nell’antica roccaforte di Hornburg. In condizioni sempre più critiche, anche Héra, la figlia di Helm, dovrà trovare il coraggio di guidare la resistenza contro Wulf e il suo esercito.

Terminano tra strizzatine d’occhio non troppo sgradevoli e arrangiamenti della colonna sonora appartenente alla prima trilogia (arricchite, però, anche dalle nuove, eccellenti musiche di Stephen Gallagher) i debiti che La guerra dei Rohirrim intrattiene con Il Signore degli Anelli, trovando, invece, in un’intelligente rilettura più inclusiva di Tolkien un elemento di parziale novità. Il personaggio di Héra, infatti, in un’operazione simile a quella (però rovinosa) de Gli Anelli del Potere, risulta assai meno ostentatrice di un superficiale girl power rispetto alla Galadriel della serie e, dunque, è inserita più armonicamente come protagonista attraverso anche un gioco metanarrativo con i vuoti lasciati dalla narrazione tolkeniana.
Con stupore, altrettanto riuscita si rivela la scelta di trasporre un personaggio tanto muscolare fin dal romanzo come Helm attraverso l’animazione (in alcuni punti quasi shōnen) giapponese. Appare altresì impossibile rappresentare la forza erculea di un uomo capace di uccidere con un sol pugno mediante un linguaggio differente da quello adottato da Kamiyama.
Ma se anche la regia di quest’ultimo è capace di donare una qualche forma di epicità, seppur molto lontana dall’afflato mitico di tanto altro materiale tolkeniano, a far irrimediabilmente franare il film è paradossalmente un’animazione raffazzonata che spiazza per la povertà di realizzazione. Nonostante i fondali siano spesso molto suggestivi, a fronte di un livello raffinatissimo raggiunto dagli anime (se non si vogliono citare sempre i capolavori Ghibli, basterebbe menzionare The First Slam Dunk o l’ultimo One Piece), i movimenti dei personaggi appaiono macchinosi e soprattutto le espressioni facciali non solo risultano imbarazzanti (soprattutto quando non inquadrate in primo piano) per la povertà di dettagli, ma cozzano anche con le interpretazioni di prim’ordine fornite dai doppiatori in lingua originale (Brian Cox/Helm su tutti).

Sembrava una missione suicida, e per certi versi si è rivelata tale, ma Il Signore degli Anelli – La guerra dei Rohirrim, figlio un po’ delle principesse Disney (specialmente le ultime incarnazioni), un po’ ereditario di dinamiche alla Game of Thrones, ma oltremodo invocatore della protezione dell’epopea jacksoniana, si sgretola proprio sugli elementi più impensabili, adottando un’animazione che, invece, fa rimpiangere persino i pomeriggi trascorsi su Italia 1 alle prese con i peggiori anime degli anni Settanta.
