Mai giocato a guardia e ladri? Quel gioco che, accanto a nascondino e simili, riempiva i pomeriggi di tanti bambini (pre-nativi digitale, ovviamente) dividendoli in due squadre in cui una, quella delle forze dell’ordine, doveva catturare la seconda, quella dei lestofanti, la cui incontenibile adrenalina della fuga rendeva quest’ultimo compito molto più eccitante.

La storia di Charles Bronson (oggi Charles Salvador), portata sul grande schermo nel 2008 da un giovane Nicolas Winding Refn, sembra proprio tracciare l’assurda parabola di un bambino che nel gioco di guardia e ladri ha trovato il suo incredibile, ma violento, talento.

All’anagrafe Michael Gordon Peterson (ribattezzato Charles Bronson per omaggiare il giustiziere della notte interpretato dall’omonimo attore), conosciuto anche come il più violento prigioniero britannico vivente, l’uomo è stato arrestato per una ridicola rapina che, a causa della condotta violenta, ha trasformato la condanna da sette a quattordici anni. Dopo soli sessantanove giorni di libertà conseguenti al rilascio, viene riacciuffato e condotto nuovamente in prigione, dove la pena è stata convertita questa volta in ergastolo.

Nel trasporre il gioco, protratto paradossalmente per anni come un’ossessione amorosa, di scazzottate tra carcerieri (guardia) e Bronson (ladri), Refn è costretto a lavorare per astrazione calando irresistibilmente le vicende, che superano di gran lunga la fantasia, all’interno di uno spettacolo tra vaudeville e teatro dell’assurdo, tra racconto pulp e humor nero, tra atmosfere stranianti alla Lynch e l’iperviolenza visiva di Arancia meccanica.

A giganteggiare in Bronson è però soprattutto la performance da mattatore del suo protagonista, un Tom Hardy (di qui giustamente lanciato in una carriera inizialmente in prevalenza muscolare) la cui fisicità ipertrofica è esibita riempiendo le inquadrature. La rabbia quasi punk del personaggio, infatti, sembra scaturire dai pori del corpo nudo, massiccio e irrigidito nella muscolatura dell’attore, le cui mani perennemente accartocciate in un pugno fanno da compendio ai sorrisi beffardi, e ancor più inquietanti, che a volte increspano il suo viso.

A esaltare una performance e un personaggio di per sé già tanto surreali, vi è lo stile accentuatamente sopra le righe di Refn che, prima che venisse fagocitato da un rigore formalista ripetitivo e per lo più sterile (soprattutto le recenti ultime due serie televisive), riesce a bilanciare accuratamente un uso della colonna sonora squisitamente postmoderno e uno stile eclettico e furibondo (come il protagonista), mantenendo uno spiccato rigore cromatico (già al neon) e compositivo.

Probabilmente a mancare a Bronson è qualsivoglia sottotesto, riducendo per lo più il film alla ruvida superficie della vita di un uomo violento, arrabbiato senza sapere il perché e che trova nel carcere il proprio palcoscenico per l’agognata celebrità.

In sparuti frangenti, difatti, Refn sembra a volte metaforizzare la violenza della società, esibendo la brutalità tra carcerato e carcerieri (ma anche viceversa), a volte (soprattutto nel finale) sembra vagheggiare la natura violenta del gesto artistico, castrato da una qualche forma di controllo oppressivo, mentre altre sembra mettere in scena l’aggressiva reazione di quei figli dei baby boomer che si sono sentiti ripetere, fin dal primo vagito, che saranno (e dovranno essere) grandi nella vita.

Di tutto ciò, però, resta solo la tangibilità di un'(ir)reale esistenza umana, rappresentata senza pretese di verosimiglianza da uno stile visivo impeccabile e con una performance attoriale memorabile. Ma tanto basta affinché l’opera di Refn resti una piccola perla, ancora tra le migliori del regista.