In un paese dove bisogna nascondere i propri titoli di studio per poter lavorare, dove se azzecchi un congiuntivo vieni guardato con sospetto e commiserazione, scegliere come protagonisti di un film un gruppo di professori in bolletta, di ricercatori colti e disoccupati, è sicuramente un atto di coraggio, un’occasione per dare una possibilità di rivalsa a tutta la categoria. Era questa la sfida del primo film di Sidney Sibilia, raccolta ora dal seguito Smetto quando voglio – Masterclass in sala dal 2 febbraio.

Il titolo non poteva essere più azzeccato: quello che i nostri ricercatori ricercati devono fare questa volta è una vera e propria lezione su come si producono e si realizzano le smart drugs, per aiutare l’ispettore della narcotici Paola Coletti a individuarne i produttori e avere in cambio la libertà e la fedina penale pulita. Ma se in un primo momento tutto sembra andare per il verso giusto, un misterioso nemico metterà in crisi i propositi di Pietro (Edoardo Leo) e della sua banda.

Non era facile riuscire a mantenere viva in un seguito la vivacità e la caustica ironia che avevano caratterizzato il fortunato esordio di Sybilia. Pur mancando l’effetto novità del primo film, questo secondo capitolo riesce nell’impresa. Il regista si diverte e diverte, lascia libero sfogo alle citazioni cinematografiche (da Indiana Jones al poliziottesco all’italiana, con i giornali che titolano “Roma violenta”) sempre seguendo i modelli narrativi della nostra commedia, contaminati però con una dose d’azione ancor più alta del film precedente. Lo aiutano la bella fotografia acida di Vladan Radovic e le scelte musicali di Michele Braga. E se alcuni snodi della storia sono abbastanza prevedibili e non tutti gli elementi funzionano allo stesso modo (troppo ripetitive le scene del commissariato e un po’ meccanico

l’espediente della compagna di Pietro in dolce attesa), è proprio la miscela esplosiva di battute e action, che culmina in un assalto al treno grottescamente adrenalinico, a far funzionare la storia. Senza dimenticare che il film, nella nostra migliore tradizione, riesce a dire qualcosa sulla realtà che ci circonda sfruttando i generi, mettendo a segno qualche stoccata, più sfrontata di quanto non sembri, al bel paese.

La formula narrativa e produttiva è quella di Ritorno al futuro: questo seguito e il prossimo Ad Honorem, infatti, sono stati girati contemporaneamente, mettendo gli sceneggiatori (oltre allo stesso Sibilia ci sono Francesca Manieri e Luigi “The Pills” Di Capua) di fronte alla difficoltà di dover creare un arco narrativo che si sviluppi su due film, ma che permetta ad ognuno dei capitoli di avere una propria autonomia. Sfida vinta solo in parte: il film ci lascia con un finale troppo sospeso che però raggiunge sicuramente l’obiettivo di far crescere una voglia matta di sapere come finirà l’avventura di questi intelligentissimi ma assolutamente inadeguati eroi dei nostri tempi.