Come diceva Pirandello, ognuno di noi è uno, nessuno e centomila e ciò per affermare che ognuno è uno dal punto di vista anagrafico, ma è centomila secondo come lo vedono gli altri e di conseguenza è privo di una identità ben precisa. Questa verità filosofica ha attratto da sempre il cinema che sul tema si è esercitato con molti titoli memorabili, primo tra tutti Il dottor Jekyll e Mr.Hyde girato nel lontano 1941 da Victor Fleming e seguito da altri rifacimenti più o meno riusciti. Nei decenni successivi l’argomento è stato ripreso e declinato in chiave psichiatrica nella forma clinica del “disturbo dissociativo della personalità” attraverso il ritratto di individui dall ‘Io dissociato in più persone diverse’, spesso anche in conflitto tra loro.

L’ultimo esempio di questa casistica è Split, film realizzato dall’indiano M. Night Shyamalan non nuovo a storie di ispirazione parapsicologica e molto atteso dai suoi estimatori. Questa volta le identità assunte dal protagonista sono ben ventitre e lui, un operaio che vive nei locali sotterranei di uno zoo, le indossa di volta in volta per adescare nel suo covo belle ragazze senza destare sospetti nella pur sagace psicologa che lo ha in cura.

Il coesistere di troppe personalità in un solo soggetto offre all’attore protagonista James McAvoy di mostrare tutta la sua versatilità interpretativa, ma alla lunga il carosello finisce con lo stancare lo spettatore dal momento che la storia procede per accumulo di situazioni tutte prevedibili e si perde qua e là a causa dei tanti inutili flash-back che interrompono la tensione narrativa (un difetto che in film del genere indebolisce la suspence che dovrebbe creare un’attesa spasmodica nello spettatore).

Sullo stesso tema ricordiamo che Antony Perkins nel ruolo di Norman Bates in Psyco era meno frenetico e parlava poco, ma una sua sola espressione del volto bastava a rivelarne la natura criminale generata dalla presenza dentro di lui della figura della possessiva madre morta.

Sempre in materia di disturbi dissociativi ricordiamo anche la finale rivelazione in Fight –club, questa davvero spiazzante, dove scopriamo che il Tyler che induce l’amico Jack a compiere atti di terrorismo contro la società dei consumi altri non è che lo stesso Jack in cui emerge la sua vera natura molto disturbata.

Il deludente esito artistico di Split, opera firmata dallo stesso regista del memorabile Il sesto senso, è la riprova che nei film a sfondo psichiatrico servono semplicità narrativa e rigore formale, senza i quali si cade nell’esagerazione inverosimile e nel ridicolo con conseguente noia in chi guarda. (A proposito di “doppia personalità” molto meglio allora lo scatenato e delirante action-thriller Face/Off-Due facce di un assassino di John Woo, quello dove il “buono” e il “cattivo” si scambiano letteralmente le facce durante un gioco di scontri mortale condotto con ritmo e ironia dal regista, un gioco irrealistico senza ambizioni cliniche che diventa credibile proprio per la sua palese assurdità).