Nel 1989 esce nei cinema Tempo di uccidere, film diretto da Giuliano Montaldo che, tratto dall’omonimo romanzo di Ennio Flaiano (premio Strega nella storica prima edizione), al contrario della controparte letteraria è finito nei più oscuri meandri del dimenticatoio popolare. Proviamo a rileggere l’adattamento filmico per comprendere se sia possibile o meno strapparlo all’oblio.

L’opera di Montaldo porta sul grande schermo alquanto fedelmente le vicende del tenente Enrico Silvestri (Nicolas “King of overacting” Cage, neanche qui in sottrazione) che, durante il conflitto italo-etiopico degli anni Trenta, un giorno si imbatte casualmente in una ragazza indigena.
Dopo una notte di passione esotica, confusa e ambigua tra stupro e amore, il soldato accidentalmente spara, uccidendo la giovane donna. I logoranti sensi di colpa lo condurranno in un viaggio a tratti allucinato nel continente africano dove lo spettro di morte sembra incombere sopra di lui come una maledizione.

Le sempre ottime musiche di Morricone, a conti fatti, sembrano essere l’unico elemento che Tempo di Uccidere di Montaldo sembra aggiungere all’eccezionale lavoro dello scrittore pescarese, mentre la messinscena equilibrata, pur con qualche buon momento di tensione surreale, risulta assai meno potente e conturbante della controparte.
Ma a oggi, fin troppo stridente è la scena di sesso tra il protagonista e l’indigena che, scivolando ambiguamente dallo stupro all’infatuazione consensuale, rende fastidiosa la visione e quasi depotenzia l’allegoria dell’impresa coloniale come brutale atto contro cui sembra scagliarsi una maledizione mortifera.

Rinnovare il giudizio estetico di un’opera del passato con una nuova sensibilità comporta sempre numerose problematiche e rischi, ma Tempo di uccidere non risulta né una delle migliori opere di Montaldo, né tantomeno sembra avere qualche rilevanza se posto in dialettica con il romanzo di Flaiano. Dunque, lasciarlo dov’è non sarà probabilmente un peccato.
