La matita di Zerocalcare arriva su Netflix con Strappare lungo i bordi, la prima serie animata del fumettista romano che si firma di grande ma rimane lo stesso “impicciato” di sempre. Presentati alla Festa del Cinema di Roma, i primi due episodi della serie già gridano al successo.

Per gli amanti delle storie del fumettista Michele Rech Strappare lungo i bordi, disponibile dal 17 novembre in streaming su Netflix, sarà una splendida evoluzione del suo inconfondibile universo.
Stessa voce narrante, con il ritmo mitragliante tipico dei video a cui ci aveva abituato con Rebibbia Quarantine, trasmessa su La7 a Propaganda Live, ma con un’animazione più fluida e una colonna sonora studiata ad hoc, che spazia dalla sigla ad opera del solito Giancane a Manu Chao e i Band of Horses fino a Tiziano Ferro, che lo stesso autore ammette essere un po’ da boomer.

Sono un po’ maniaco del controllo e spesso nei fumetti, intorno ad alcune vignette, metto i testi di alcune canzoni con una nota musicale, per cercare di suggerire al lettore cosa ascoltare in quel momento per ricreare l’atmosfera giusta mentre legge. Immagino che un lettore su un milione l’abbia fatto davvero e quindi con la serie sono riuscito proprio ad imporre quella musica specifica che avevo in testa.

L’universo immutato di Zerocalcare

Strappare lungo i bordi è un racconto sincero, genuinamente sboccato e perfettamente orchestrato da Zerocalcare, stavolta affiancato nella realizzazione dalla casa di produzione Movimenti, che ricalca l’idea di una semplice chiacchierata tra amici, dove noi pubblico siamo i suoi amici.

Michele Rech infatti mantiene il doppiaggio di ogni personaggio, tentando di riprodurre, proprio come si fa nei racconti quotidiani, le diverse voci e intonazioni di tutto il cast, in maniera goffamente casereccia ma che rende il tutto un prodotto credibile e riconoscibilissimo. L’unico personaggio che rimane fuori da questo schema di doppiaggio è l’Armadillo, espressione animata della coscienza dell’autore, qui doppiato dalla splendida, cinica e romanissima voce di Valerio Mastandrea.

Mastandrea incarna la figura dell’armadillo nella mia vita da prima che io pensassi a qualsiasi doppiaggio, per me quindi è stata una scelta abbastanza naturale quella di inserire la sua voce. L’armadillo è la mia coscienza, quella che entra in contrasto con me, quindi era ovvio che non potesse avere la mia voce e non appena ho visto l’Armadillo parlare con la voce di Valerio ho capito che sarebbe stato perfetto.

Zerocalcare, fortunatamente, in Strappare lungo i bordi non si sposta di una virgola dai suoi celebri fumetti, rimane il suo “grande senso di appartenenza tribale” al luogo in cui è cresciuto, tra centri sociali e scena punk, con pochi amici e ferme convinzioni.
Il grande marchio Netflix, nella serie, è solo sinonimo di un budget più alto, di una resa cinematografica migliore e di una visibilità triplicata, per il resto Rech non ha tradito sé stesso, i suoi fumetti tipicamente verbosi e i suoi personaggi inadeguati, disillusi e a volte anche un po’ “piagnoni”.

L’operazione di tradurre in immagini animate il suo universo, con un racconto cinematografico chiassoso, colorato e splendidamente scorrevole, fa emergere tutto quello a cui Zerocalcare ci ha finora abituati: storie dense di contenuti, grandi riflessioni, perfetta immedesimazione per tutti i disagiati ed estrema libertà di linguaggio: che siano parolacce a go go o termini prettamente romani, in fondo senza non sarebbe stato Zerocalcare.

Strappare lungo i bordi: i primi due episodi della serie

Nella serie, i cui primi due episodi sono stati presentati in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Zerocalcare dimostra di aver mantenuto intatta la stessa struttura usata per La Profezia dell’Armadillo, con una macro-storia orizzontale e dei segmenti verticali che la spezzettano in 6 brevi racconti, della durata di circa 15 minuti ciascuno.

L’autore, nelle prime due puntate di Strappare lungo i bordi, inizia a raccontare compulsivamente la sua vita, i suoi soliti amici, i suoi pensieri e le sue paure, con infiniti flashback che ritornano alla sua adolescenza, tra Msn, il G8 di Genova, Tiziano Ferro, le canne e il suo primo amore, Alice, vissuto da lontano e con tempi dilatati.
Nell’alternanza di risate, riflessioni, temi immensi trattati con ironia e quel pizzico di autocommiserazione, Zerocalcare comincia dall’inizio: da lui piccolissimo a scuola che non voleva deludere la maestra e mantenere costante la sua approvazione, nonostante non capisse minimamente la matematica, a lui cresciuto che s’immerge nel complicato universo femminile, pur sempre rimanendo un “cocco de mamma”. L’illuminazione, si fa per dire perché il disagio “tristone” di fondo rimane sempre, arriva quando Secco, con un’estrema semplicità che fa a pugni con l’ansia di Zerocalcare, gli apre gli occhi facendogli notare di non essere il centro dell’universo ma solo un filo d’erba. Ma basterà questo per far allentare la presa?

Insomma, nonostante Michele Rech definisca sé stesso già strappato male dall’inizio, per il suo sbaglio primigenio di non aver finito l’università, dopo aver visto i primi due episodi della sua nuova serie non c’è dubbio che in realtà il fumettista di Rebibbia abbia strappato lungo i bordi giusti, magari non quelli immaginati all’inizio, ma sicuramente precisi.

Strappare lungo i bordi: trailer della serie di Zerocalcare