In tempi di dilagante (true) crime, in cui la realtà ha superato largamente la fantasia ritornando in un cortocircuito mediale (Qui non è Hollywood, l’antologica Monsters) e in cui, di conseguenza, la finzione ha dovuto strizzare l’occhio al paranormale per rendersi nuovamente appetibile (Longlegs, la deludente quarta stagione di True Detective), non era semplice per Dostoevskij dei fratelli D’Innocenzo emergere, soprattutto se il tentativo era quello di declinare il genere più puro e crudo verso il contesto italiano.
Dopo essere stato presentato alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino e aver proseguito il suo lungo viaggio in una distribuzione cinematografica in due parti (con un’operazione simile a quella compiuta da Bellocchio in Esterno Notte), il 27 novembre il thriller psicologico del duo romano approda finalmente su Sky sotto la nuova (o primigenia) facies di serie televisiva, così da mostrare finalmente se gli autori, dopo America Latina (in cui pure Dostoevskij ha le sue radici), siano riusciti o meno nell’arduo compito.

In una provincia sudicia, ma visceralmente pulsante (forse di quegli ultimi battiti di vita prima della morte), il tormentato investigatore Enzo Vitello (Filippo Timi in un’eccezionale performance dalle tonalità vocali più profonde della notte) segue ossessivamente le tracce di Dostoevskij, serial killer che, dopo ogni omicidio, lascia una lettera in cui cede filosoficamente a dissertazioni sulla vacuità dell’esistenza, ripercorrendo anche gli ultimi agonizzanti respiri della vittima.
Mentre l’arrivo di un nuovo (e più giovane) poliziotto incalzano Vitello e le parole dell’assassino sembrano riviberberare corrisposte nella sua anima, a dilaniarlo concorre pure il nevrotico rapporto con la figlia Ambra (un’ottima Carlotta Gamba in perfetta sintonia con il protagonista), abbandonata in tenera età a causa di apparentemente inspiegabili motivazioni.

Approcciarsi a Dostoevskij è come penetrare in un organismo moribondo (quello Di Vitello probabilmente, che i D’Innocenzo sondano con una colonscopia che prende le forme incerte dell’astrattismo), dubbiosi se sia già una carcassa o sia ancora in vita. Così, mentre la musica si concede per lo più a suoni e rumori perturbanti, necessariamente la fotografia si tempesta di impurità, di bruciature di sigarette, di uno sporco che, facendo emergere la dimensione più corporea della grana, sembra in qualche modo riuscire a insozzare anche lo spettatore che ne percepisce il fetore.
Ma se la regia sembra inizialmente mettersi al servizio di queste sensazioni ricercando inquadrature che amplifichino l’angosciosità claustrofobica (presente persino in quei fatiscenti paesaggi in cui si rispecchia l’interiorità asfittica dei suoi personaggi) e simulando quasi delle riprese amatoriali, ben presto, però, si ha la percezione che la ricerca ostentata della stranezza e del virtuosismo tecnico siano artificiose, tramutandosi spesso, dunque, in maniera.
Altrettanto pretestuose risultano alcune delle scelte narrative nell’evoluzione del rapporto tra Vitello e sua figlia che aggiunge fin troppa (ulteriore) drammaticità alle indagini sul serial killer che, altresì travagliate e travaglianti, sono invece un racconto incredibilmente avvincente e affascinante. Nella ripugnanza di un viaggio dai connotati infernali, quella tra Vitello e Dostoevskij è più di una semplice caccia al mostro, è piuttosto una tormentata seduta di psicanalisi che, attraverso le sublimi righe del killer, pongono in un sofferente rispecchiamento il vuoto esistenziale dei due, non tanto per dimostrare che il confine tra bene e male sia flebile, quanto piuttosto per attestare la totale morte (e conseguente putrefazione) del primo sotto le grinfie del secondo.

Seppur persistano alcune fastidiose pose artistoidi dei fratelli D’Innocenzo (questa volta perdonabili), la loro nuova opera Dostoevskij riesce a creare un disperatissimo thriller in cui la figura dell’assassino è tanto affascinante da potersi ritagliare uno spazietto all’interno del pantheon cinematografico di serial killer.
Nota a margine: Nel 2024, dopo Supersex, Qui non è Hollywood, Hanno ucciso l’Uomo Ragno (tutte prodotte dalla Groenlandia di Rovere e Sibilia, è un caso?) e ora con Dostoevskij, con più di un decennio di ritardo sembra che la “televisione di qualità” sia arrivata anche in Italia.
