Quando Le Iene (Reservoir Dogs) arrivò sullo schermo nel 1992, il noir tradizionale appare logoro da decenni. Quentin Tarantino, al suo esordio, non reinventa il genere: lo comprime. Mettendo da parte tutte le polemiche sul plagio, il regista texano porta il genere in quello spazio angusto, il magazzino semivuoto, che diventa un palcoscenico crudele dove i personaggi agiscono come maschere tragiche, dentro un noir ridotto all’osso.

Le iene: chi trama nell’ombra?

Dopo una rapina finita male a Los Angeles, un gruppo di criminali si rifugia in un magazzino abbandonato rimediato come covo, per riorganizzarsi, ma soprattutto per capire chi tra loro li abbia traditi. I sopravvissuti iniziano con l’incolparsi a vicenda e attraverso dei flashback piano piano viene rivelata la loro vita. La tensione cresce finché la verità non viene a galla, e il sole non sorgerà di certo per tutti.

Il noir come camera di decompressione morale

Il film, al contrario dello schema classico del noir hollywoodiano degli anni Quaranta e Cinquanta, non mette in scena il percorso, ma le conseguenze della rapina. Rinunciando al classico chiaroscuro marcato, Tarantino sottrae lo spettacolo per far emergere la frattura interna dei personaggi.

È una scelta che riflette lo spirito del noir classico, dove la trama è spesso guidata dal destino e dalla paranoia, ma lo radicalizza: gli uomini non sono più colti nel vortice urbano, ma rinchiusi in una bolla post-crimine. In questo senso allora, Le Iene porta avanti la tradizione dei noir più claustrofobici, nei quali non conta tanto il delitto in sé, ma lo sgretolarsi dell’etica dei protagonisti. La tensione non nasce da un agente esterno, ma dal dubbio di un’infiltrato.

Il noir come massacro dell’identità

L’identità, altro elemento essenziale del genere noir, è ne Le Iene fragile, minata e bombardata. I criminali presentati con nomi in codice, debitori dal film cult del 1974 Il colpo della metropolitana di Joseph Sargent, ne hanno da subito un’altra: la propria e quella affibbiata dal vecchio Joe Cabot per mettere su il colpo. Tutto avviene all’interno del loro gruppo, a causa di questa falsificazione dell’io. Sono tutti protagonisti ambigui e quindi incarnano sia il protagonista, sia la “figura pericolosa” (spesso la femme fatale) del noir classico. La messinscena è circolare e destinato al finale tragico.

La geometria delle inquadrature riflette questa circolarità: sono pochi gli ambienti del film, che tornano e ritornano per dare spazio all’esplosione della violenza. Prima presente solo nella rievocazione verbale del misfatto, ma pian piano con il crollare delle maschere, sempre più evidente. Anche se i flashback dei protagonisti sembrano aprire una parentesi di umanità, il presente irrompe sempre smentendo.

Non c’è redenzione, non c’è fuga: solo un epilogo che restituisce al noir la sua natura più pura, quella in cui la violenza è la conseguenza inevitabile delle azioni dei personaggi e della loro stessa identità criminale.

Dopo Le Iene, il nuovo cantiere del noir

Le iene è il primo grande atto del teatro tarantiniano: un noir chiuso, essenziale, costruito su un equilibrio insolito tra parola e violenza, tra artificio e crudezza. Il film riprende i tropi del genere, ma li incastra in un ambiente limitato, trasformandoli in un esperimento narrativo che conserva l’ossatura del noir ma la rivitalizza con una nuova energia autoriale priva di impermeabili e cappelli Fedora.

Questo film rappresenta il punto di partenza per la ridefinizione del genere: un’impronta che troverà piena maturazione e diffusione culturale nel successivo Pulp Fiction, destinato a plasmare il neonoir degli anni Novanta