Satoshi Kon con Tokyo Godfathers ha firmato, nel lontano 2003, il suo terzo lungometraggio dal calore di miracoli profani.
Una buia notte, tre solitudini: la trama di Tokyo Godfathers

Il film segue tre senzatetto (Gin, Hana e Miyuki) del quartiere speciale di Minato a Tokyo, che nel periodo di Natale, trovano una neonata abbandonata tra i rifiuti. Incerto su cosa fosse più giusto fare, si mettono in marcia, cercando incessantemente la famiglia della piccola per garantirle un futuro migliore, diverso dal loro, fatto di luce e calore.
Il realismo controcorrente

Tokyo Godfathers è un film controcorrente della poetica di Satoshi Kon dove il suo iconico surrealismo fatto di sogni, allucinazioni e confusione percettiva lascia spazio al racconto di ciò che è più vero: la vita quotidiana di Tokyo degli anni Duemila nuda e cruda. Se in Millennium Actress (2001) Kon dissolveva il reale nel flusso della memoria e del cinema, sovrapponendo epoche, identità e finzione in un unico racconto mentale, qui sceglie invece di ancorare la narrazione a un mondo solido, riconoscibile, privo di filtri simbolici.
Questi sono anni di transizione per il paese del Sol Levante, segnato dalla fine definitiva delle certezze economiche e sociali. Il crollo della borsa negli anni Novanta fa sentire i suoi effetti di instabilità economica, producendo una frattura generazionale e un diffuso senso di insicurezza. Kon fa suo questo senso di spaesamento e precarietà del periodo. Gin, Hana e Miyuki sono personaggi per nulla stereotipati, specchio di questa realtà che mettono in piedi un vero e proprio miracolo privo di ogni connotazione sacra.

L’animazione del periodo stava lavorando in una direzione di luoghi di fantasia o del passato: lo Studio Ghibli lavorava a il mondo de Il castello errante di Howl, la Disney all’America del Nord preistorica con Koda Fratello Orso e la DreamWorks a Sinbad, l’eroe di una leggenda persiana; mentre Kon decide di rispondere con una “fotografia animata” di una città all’apparenza colorata, che voleva nascondere il grigiore sotto il tappeto.
Tokyo Godfathers: i tre “Padrini” di strada

Il momento di parlare un po’ di questi anti-eroi è arrivato: Gin, Hana e Miyuki potrebbero essere qualsiasi senzatetto che si incontrano per strada. Nulla di speciale o sovrannaturale anima il loro spirito, solo una condizione di disagio e di invisibilità data da uno Stato che non si cura di loro perché impegnato a autocompiacersi delle proprie finte azioni di ripresa (suona molto contemporaneo…).
Gin incarna la menzogna come meccanismo di sopravvivenza: racconta un passato glorioso per non affrontare il fallimento presente. Cerca esplicitamente perdono e riscatto, in un mondo però, che non sembra offrirgli seconde possibilità. Hana, è un personaggio carico emotivamente: donna transessuale, espulsa dalla società e privata di ogni riconoscimento istituzionale, incarna una maternità non legittimata, ma profondamente sentita. Il suo attaccamento alla neonata non è idealizzato: è disperato e viscerale.
Hana vive costantemente sul confine tra tragedia e comicità e in lei Kon guida lo spettatore a domandarsi chi effettivamente sia da considerare genitore tra chi sappia amare davvero e prendersi cura o chi si trova nella condizione. Miyuki incarna invece la frattura tra le generazioni, vive un disagio irrisolto con il proprio passato. I tre insieme sono una famiglia improbabile e provvisoria, basata sull’amore e sulla necessità.

Kon li costruisce come tre ferite aperte che, incontrandosi, smettono temporaneamente di sanguinare. Il secondo miracolo di Tokyo Godfathers non è la loro salvezza definitiva, ma il fatto che, per una notte, tre solitudini riescano a diventare comunità, sentendosi vivi e indispensabili.
Essendo una fiaba natalizia ambientata nel mondo reale, le “coincidenze” prendono le parti dell’elemento fantastico. Naturalmente il lieto fine non può che non essere sostenuto da una serie di intrecci fortuiti di cui non basterebbero una vita intera per vederli realizzati! Questo non rappresenta però, una nota stonata poiché provando empatia e compassione per i personaggi sono quei miracoli che vogliamo vedere avverarsi nel periodo di Natale.
Tokyo Godfathers: Tokyo tra luci e ombre

Protagonista indiscussa è la città di Tokyo. Già dalla locandina svettano i grattacieli e la Tokyo Tower, simboli del progresso. Kon cattura la città in ogni dettaglio: l’odore dei rifiuti, il rumore delle sirene, il fruscio della neve sulle strade illuminate. Tokyo diventa così un organismo pulsante, dove ogni spazio racconta una storia. In questo scenario, la città non è mai solo sfondo: è il palcoscenico in cui si muove il miracolo laico del film, dove le vite più isolate possono, per una notte, intrecciarsi e trovare un barlume di redenzione.



Satoshi Kon: un regista consapevole
Non è un mistero che Satoshi Kon abbia legato Tokyo Godfathers al romanzo western The Three Godfathers di Peter B. Kyne del 1913. Tuttavia, il regista epura la storia da quegli elementi tipicamente statunitensi del Far West come: sparatorie, eroismo individuale e ambientazione desertica, per concentrarsi su una narrazione urbana e realistica. Questo breve passaggio prende spunto da un’attenta osservazione del film: alcune scene richiamano visivamente una cultura religiosa mai evocata esplicitamente, come il cimitero, e in particolare vi è un momento che sembra reinterpretare la Natività, con la neonata sorretta dai tre protagonisti come in un’iconografia sacra trasposta nel contesto della Tokyo contemporanea.

Comunque sia, Kon non era un regista religioso, ma aveva una sensibilità per i simboli religiosi e le narrazioni sacre, che sapeva reinterpretare in chiave laica. La religione nei suoi film serve a enfatizzare temi universali come redenzione, cura, famiglia e amore, senza mai richiedere adesione dottrinale da parte dello spettatore.
FAQ
Cos’è Tokyo Godfathers?
Film d’animazione giapponese, Tokyo Godfathers, è un racconto di amore e di soccorso.
Chi è Satoshi Kon?
Satoshi Kon (1963–2010) è stato un regista, sceneggiatore e animatore giapponese tra i più innovativi dell’animazione moderna. Nato a Kushiro, Hokkaidō, si forma in design grafico e lavora come illustratore e mangaka prima di passare al cinema d’animazione. Debutta con Perfect Blue (1997), segue Millennium Actress (2001), e nel 2003 realizza Tokyo Godfathers, mentre con Paprika (2006) porta al massimo la fusione tra sogno e realtà. La sua poetica unisce percezione soggettiva, montaggio innovativo e quotidiano surreale. Kon muore prematuramente a 46 anni, lasciando un’eredità duratura nel cinema e nella cultura pop.

Di cosa parla Tokyo Godfathers?
Tre senzatetto a Tokyo trovano una neonata abbandonata e intraprendono un viaggio notturno per ricongiungerla alla sua famiglia.
Che stile ha il film?
Realistico: Kon rinuncia al suo surrealismo più iconico, mostrando una Tokyo notturna dettagliata e credibile, dai grattacieli ai vicoli bui.
Perchè vale la pena vederlo?
Tokyo Godfathers vale la pena di essere visto perché combina umanità, emozione e intelligenza narrativa in un’unica esperienza in un ritmo unico e bilanciato tra comicità e dramma.
Il film in due parole.
Umano e corale.
