Un regista che non va per le sottili come Gus Van Sant ci ha regalato nel corso degli anni delle vere e proprie perle, che a loro volta sono state (nel bene e nel male) fonte di ispirazione per numerosi altri cineasti in tutto il mondo.

Per questo motivo, per la sua inesauribile voglia di regalarci storie “estreme” messe in scena sovente in modo innovativo e fuori dagli schemi e per la sua tendenza a spiazzare ogni volta il suo amato pubblico, la presenza, fuori concorso, all’82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia di Dead Man’s Wire ha immediatamente acceso la curiosità di un vasto numero di spettatori.

Dead Man’s Wire, dunque, prende spunto da un fatto di cronaca accaduto negli Stati Uniti nel febbraio del 1977, quando un uomo, Tony Kiritsis (impersonato per l’occasione da Bill Skarsgård) prese in ostaggio Richard O. Hall (Dacre Montgomery), presidente della Meridian Mortgage Company, accusandolo di averlo truffato nel momento in cui aveva dovuto gestire il suo mutuo. In tale occasione, Tony gli legò al collo un filo direttamente collegato al grilletto di un fucile, a sua volta puntato contro di lui. Qualsiasi movimento brusco ne avrebbe causato la morte immediata. Per poter liberare il suo ostaggio, però, egli fece alla polizia delle richieste ben precise: cinque milioni di dollari, le scuse da parte di Hall e di suo padre, e non essere arrestato. Come andò a finire?

Dead Man’s Wire, come ben possiamo immaginare anche da una breve, sommaria lettura della sinossi e conoscendo l’approccio di Van Sant alle storie da lui messe in scena, è un vero e proprio crescendo di tensione. Una tensione che si manifesta quasi immediatamente, che non cala mai durante tutta la visione. Una tensione, però, spesso e volentieri condita da una graditissima ironia che ha sullo spettatore un effetto quasi catartico (particolarmente degne di nota, a tal proposito, anche le riprese d’archivio inserite al termine del lungometraggio).

Attraverso, dunque, una messa in scena che prevede sovente intensi primi piani dei protagonisti, ma anche una macchina da presa che, in momenti ben precisi, sembra non trovare mai pace, ecco che le vicende trovano (purtroppo) una risonanza anche nel presente, non soltanto per quanto riguarda le banche e le condizioni spesso inaccettabili in cui ci si viene a trovare quando capita di chiedere un prestito, ma anche per quanto riguarda le donne e l’impietoso mondo del lavoro (emblematica, a tal proposito, la figura di una giornalista che ha seguito le vicende in diretta tv).

Ma Dead Man’s Wire, tuttavia, non è solo questo. Dead Man’s Wire, è, in realtà, molto di più. Un (relativamente) piccolo e prezioso lungometraggio che attraverso una serie di personaggi secondari ma essenziali sta a creare un intero universo fatto di professionisti (ora poliziotti, ora conduttori radiofonici, ora addirittura il padre di Hall, impersonato da Al Pacino) non privi di macchia, che perfettamente ricreano l’atmosfera di un’epoca cruda, ruvida, brutale, ma anche estremamente vera, pregna di passioni sincere, viva e pulsante come sono stati gli anni Settanta e Ottanta. Anni che il nostro amato cinema più e più volte ha saputo raccontare per immagini in modo impeccabile.