Quando il romanticismo diventa responsabilità nel classico con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman
Casablanca è un’opera eterna. E non (solo) perché lo si continua a guardare, ma piuttosto perché lo si continua a incontrare, citato, parafrasato, rifratto in controluce in miriadi di altri film, in centinaia di altre storie d’amore. Lo guardano Harry e Sally come antidoto post separazione, ne parodiano il finale i Muppets e lo omaggia Woody Allen scegliendo Bogart come maestro di seduzione in Provaci ancora, Sam.
Oggi prima di (ri)scoprire quel capolavoro di Michael Curtiz, infatti, lo si intercetta come un’eco indissolubile in più di ottant’anni di narrazioni romantiche (commedia e non), di noir e di parodie, attraverso un’iconografia che l’ha trasformato in mito, facendo la storia del cinema americano.
La trama di Casablanca

Negli anni Quaranta Casablanca è un luogo liminale, città di transito percorsa da esuli, rifugiati, apolidi, che sfuggendo da un’Europa assediata dai fascismi guarda oltre l’Oceano Atlantico in cerca di speranza. Tra gli altri, nel Rick’s Caffé giunge il moralmente incrollabile Victor Laszlo (Paul Henreid) che, accompagnato dalla moglie Ilsa (Ingrid Bergman), cerca il visto per fuggire dai nazisti negli Stati Uniti.
Inatteso però è l’incontro con Rick Blaine (Humphrey Bogart), l’apparentemente cinico proprietario del locale, con il quale la donna aveva avuto una breve, eppur passionale relazione nella Parigi assediata dal regime. L’amore, mai davvero sopito tra i due, si intreccerà eticamente con l’ostruzionismo nei confronti di Laszlo che, inviso al Reich, vuole essere deportato.
Quando un film diviene un classico

Italo Calvino scriveva che un classico è un’opera “che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e Casablanca, un classico, lo è davvero. Non perché i dialoghi, drammaturgicamente taglienti, incantati, capaci di condensare dramma e ironia, sono tra i più sublimi scritti da Hollywood; neanche perché l’ombra proiettata dall’eccezionale personaggio di Rick Blaine, fascinoso nella sua ambiguità morale, anticipatrice dell'(anti)eroe moderno, viene svuotata e rilanciata da Godard in Fino all’ultimo respiro.
Il film, invece, è un classico perché narra di un amore schiacciato dalla Storia, costretto sotto il giogo della guerra come lo sarà quello memoriale di Hiroshima mon amour, ma in cui il triangolo amoroso tra i tre protagonisti gioca su un duplice registro: la decisione finale di Rick smette così di essere solamente una rinuncia sentimentale per rivelarsi quale atto di integrità etica contro la dittatura.
Più che semplice amore

In questo crocevia, fuori dal Rick’s Café si aggirano fuoricampo due fantasmi speculari: da un lato quello oscuro, quello del conflitto e dei regimi che impazzano in Europa, dall’altro quello luminoso di un’America che perde i contorni della concretezza e acquisisce le caratteristiche di una promessa di libertà utopica.
La differenza tra i due, però si è lentamente ridotta, con gli Stati Uniti diventati oggi presenza angosciante. Una terra resa grande dai migranti, dall’eterogeneità culturale, da identità mobili (come suggerisce sullo sfondo il film), in cui, per giungere finalmente alla contemporaneità con le parole di Billie Eilish, “nessuno è illegale” (o dovrebbe esserlo).
Dunque, forse è per questo che continuiamo a tornare quasi ossessivamente a Casablanca: non per nostalgia, ma perché in quella nebbia dell’aeroporto tra amore ed etica ogni epoca vi scorge il proprio riflesso.
