Già dal titolo Io prima di te, il film tratto dal best-seller di Jojo Moyes, porta con sé il rumore familiare dei singhiozzi strozzati e dei kleenex estratti al buio da tasche e borsette. La storia, infatti, somiglia a quella di tante pellicole che, a partire dal capostipite Love Story (1970), hanno inondato di lacrime le sale cinematografiche: la buona, spontanea e un po’ sconclusionata Luisa “Lou” Clarke vive con la famiglia io-prima-di-tepovera ma amorevole in una cittadina della provincia inglese.

Licenziata dal bar dove lavora a causa della crisi (non poteva mancare la crisi!) viene assunta come dama di compagnia di William Traynor, un ricco giovanotto che, dopo una vita spericolata, ha perso l’uso di gambe e braccia a causa di un incidente.

Rinchiusi nel castello che domina la cittadina, i due, all’inizio diffidenti l’uno dell’altra, si avvicineranno sempre di più, trasformandosi in uno stimolo reciproco per cambiare le proprie vite. Riuscirà la ragazza dal cuore d’oro a convincere Will ad abbandonare il proposito di mettere fine alle sue sofferenze con l’eutanasia?

A interpretare i protagonisti di questa storia d’amore e malattia ci sono Emilia Clarke, la Daenerys di Game of Trones, e Sam Clafin, noto per essere stato Finnick Odair nella saga cinematografica di Hunger Games. Giovani, carini e sulla cresta dell’onda (anche se non sempre convincenti, in particolare la Clarke, che carica troppo il suo personaggio di smorfie e mossette) i due attori non sono aiutati né dalla sceneggiatura né dalla regia: il copione, scritto dalla stessa Moyes, scivola spesso nella melassa, soprattutto nell’ultima, insostenibile, mezz’ora, e dimostra una pericolosa propensione alle lapidarie frasi sentimentali (“hai un cuore grande come un castello” e similari), mentre la mise en scene dell’esordiente Thea Sharrock, regista teatrale alla sua prima prova cinematografica, non riesce a sfruttare a pieno né il potenziale carisma dei due protagonisti né le splendide location del film, girato a Pembroke nel Galles e nell’Oxfordshire.

io-prima-teIl risultato è l’assenza di un reale legame emotivo con i personaggi, e non solo con quelli principali. Anche i comprimari non riescono a essere incisivi, pur affidati tutti ad ottimi attori inglesi, tra cui Brendan Coyle di Downton Abbey e la brava Janet McTeer, più volte candidata all’Oscar.

Alla fine ci si disinteressa di una storia poco credibile ma che favola non è, che prova a trattare temi importanti senza avere il coraggio di andare appena un po’ più a fondo.

Sarà per questo che, pur con tante lacrime e tante scene messe lì ad hoc (e che non si preoccupano di sfruttare molti trucchi della pornografia sentimentale), la commozione non arriva, generando un cortocircuito per cui si piange più sullo schermo che in sala. E questo, di solito, non è un buon segno.