Chi racconta una storia sola è povero di immaginazione

Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa (Le Pharaon, le Sauvage et la Princesse) è un film d’animazione di Michel Ocelot del 2022 ed è prodotto, seppur in parte, dal Museo del Louvre, segnando un primato nella storia dei musei. Il film si dipana tra tre storie diverse che non hanno un file rouge, legate tra esse solo dall’immaginazione della narratrice all’inizio della pellicola.

Questo non è di certo il primo film per Michel Ocelot, regista, sceneggiatore e animatore francese pluripremiato, conosciuto soprattutto per la sue gemme Kirikou e la strega Karabà e Dililli va a Parigi: il maestro del colore e dell’animazione, con questo nuovo film, vuole esplorare nuovamente la narrazione orale, inscenando il tutto all’interno di quello che sembra un teatro dove anche il pubblico ha la sua parte fondamentale.

Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa: di cosa parlano le tre storie 

La trama de Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa è molto semplice: una affascinante narratrice, desiderosa di incantare i suoi ascoltatori con storie avvincenti, li invita a contribuire con una serie di elementi e spunti, sperando di tessere racconti straordinari attraverso la magia delle parole e dell’immaginazione. Tuttavia, le risposte del pubblico giungono in un turbinio confuso di suggestioni apparentemente casuali.  Così, la novellatrice trasforma tali suggerimenti in tre storie incantevoli, dimostrando la potenza dell’immaginazione e delle parole nel creare mondi indimenticabili. 

La prima storia si svolge nell’antico Egitto, tra le maestose piramidi e gli enigmi dei faraoni. Il protagonista è il giovane Re Tanwekaman, che, dal Kush di tremila anni fa, parte alla conquista pacifica dell’Egitto, per diventare faraone e poter sposare la bella Nasalsa. I due si amano, ma vengono rifiutati dalla madre di quest’ultima e non possono sposarsi perché la Regina ritiene infatti che il Re non sia degno della ragazza, la quale sposerà invece il Faraone d’Egitto. La dispotica madre, infatti, pensa che un Re sia poco per la figlia e la cederà soltanto a un faraone. Nasalsa dice a Tanwekamani di partire dal Sudan e risalire il Nilo per conquistare man mano i territori egiziani, fino ad arrivare allo scontro con il Faraone. Con l’aiuto degli dei, e non con la forza bruta, riesce nell’impresa spinto dall’amore per la Principessa e torna vincitore nel suo paese per sposare Nasalsa.

La seconda storia, invece, si materializza nell’Alvernia del Medioevo, in un’epoca di cavalieri coraggiosi e castelli imponenti: c’è un Signore scorbutico di un castello che riprende continuamente il giovane figlio e, per allontanarlo, lo manda a giocare a palla nel cortile. La palla rotola proprio fuori la finestra con gabbie della prigione del castello, dove si trova un misterioso detenuto e, così, inizia un’amicizia tra i due. Il prigioniero gli parla di sua figlia e, commosso dalla sua storia, il giovane ruba la chiave del carceriere per dargliela. Sfortunatamente, il Signore del castello apprende che il prigioniero è scappato e per questo vuol far impiccare il carceriere: il giovane, però, non ci sta e senza paura denuncia se stesso. 

La vendetta del padre è crudele e si appella al tradimento più terribile fatto dal suo stesso sangue, condannando a morte il figlio. Il ragazzo, però, viene salvato da soldati di buon cuore che avrebbero dovuto ucciderlo, che avevano già preparato per lui del cibo e delle armi e un montone per sopravvivere.
Diversi anni dopo, un affascinante e misterioso individuo selvaggio emerge, mettendo in difficoltà il Signore del luogo perché ruba regolarmente le entrate fiscali destinate al signore stesso, per poi distribuirle tra i meno abbienti, arrivando perfino ad incitare i contadini alla ribellione e a lasciare l’assolutista Signore tutto solo. In questo modo, il castello viene attaccato e facilmente conquistato da un vicino del Signore, che si rivela essere il prigioniero evaso. Ma la rivalsa contro il Signore arriva proprio dal suo stesso sangue che aveva maledetto, infatti si scopre che il selvaggio è il figlio che aveva fatto uccidere.
L’avventura si conclude con il ragazzo ormai cresciuto che sposa la figlia dell’ex prigioniero, di cui avevano parlato molto sin dal loro primo incontro. Insieme, affrontano il tirannico padre nel suo castello e cercano di porre rimedio alle ingiustizie da lui perpetrate sul popolo.

Infine, la terza storia si dipana nell’Oriente del XVIII secolo, in un mondo di tradizioni sorprendenti e odori avvolgenti. Si parla di rose, ma anche di ciambelline fritte: siamo in Turchia del 1700, dove incontriamo un Principe che, per sfuggire a degli assassini, vive umilmente sotto mentite spoglie e sogna di conquistare una bella principessa. Diventa l’allievo di un venditore di ciambelle, che conquistano tutte le donne che passano di là e la notizia arriva anche alla Principessa locale, detta “delle Rose”, che si fa portare le ciambelline nel suo palazzo.
È amore a prima vista, per le ciambelle ma soprattutto per il venditore. Il loro colpo di fulmine è reciproco e, “annusandosi a vicenda”, trovano un punto d’incontro in una parte del palazzo non occupata dopo aver scavato un lungo tunnel. Purtroppo, il sultano li scopre e li fa gettare in una prigione sotterranea: il principe, però, aveva nascosto nella prigione un mestolo, il cui manico permette adesso loro di sollevare una lastra e scappare.
Fuggono dalla città aggrappati ad una carovana, ma vengono attaccati da dei predoni che vogliono rendere la Principessa la loro schiava. Lei non ci sta e si ribella, riuscendo col principe a disarmare i saccheggiatori. Per ringraziarli, gli altri passeggeri della carovana regalano loro bellissimi abiti e gioielli, e i due amanti concludono il viaggio in uno splendido palanchino.

Le terre lontane di Ocelot sono l’impianto della favola moderna

L’immaginazione di Ocelot si concretizza elegantemente in lavori affascinanti in 2D e lo afferma anche Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa: l’autore non si risparmia nel costruire mondi meravigliosi, che esplora con  la narrazione orale popolare installata tra giochi di luce teatrali e i suoi sipari. 

Le favole raccontate risultano immediate, comprensibili, esplicitate grazie anche alle  scelte grafiche stilistiche del film sono particolarmente rilevanti per giocare insieme allo spettatore: per raccontare la storia del faraone, ad esempio, Ocelot ispira ai geroglifici, con i personaggi ritratti di profilo come se fossero incisi nei bassorilievi, in ambientazioni decorate da  mille cimeli preziosi di quel periodo lontanissimo.

Per la storia ambientata nel Medioevo, si gioca con l’assenza di luce per sottolineare un po’ l’idea “dell’epoca buia”, difatti i colori prevalenti sono il grigio e il blu notte. E a proposito di ombre, l’animazione qui richiama le “Ombre Francesi”, un antico tipo di intrattenimento diffuso tra il popolo, consisteva nella proiezione di figure articolate su uno schermo speciale, opaco e leggermente trasparente, che veniva illuminato da dietro per creare l’effetto di immagini in movimento.

Per la terza e ultima storia, si abbandonano i ritagli della seconda dimensione per abbracciarne una più “verosimile”. I colori sono sgargianti, i volti sono più espressivi, ci sono momenti divertenti con le coreografie delle dame e del venditore che le segue ballando. Inoltre, ora il disegno sembra muoversi su più piani, come se ci fossero inquadrature diverse, tanto che a volte sembra che i personaggi stiano rompendo la quarta parete, come se stessero parlando con noi e non il personaggio a loro accanto. Proprio come succede nelle favole che prendono vita in teatro.

Lo stile di disegno animato di Ocelot, apparentemente semplice, è il giusto veicolo per portare sullo schermo storie di coraggio e di buoni sentimenti, raccontando le vicende di  personaggi apparentemente deboli che raggiungono i loro sogni senza far uso della violenza, ma con tanta pazienza e forza di volontà.

Il medium del racconto orale si rivela cruciale per far arrivare questo messaggio e, proprio per questo, le critiche che vedono questo film come solo un bell’esercizio e niente più e che si aspettano quello “switch” particolare in queste tre avventure, forse dimentica a chi sono dedicate queste tre storie: ad un pubblico che vuole ancora sognare, a chi apprezza ancora le favole. Ai bambini, a chi si vuole ancora stupire delle cose semplici e a chi, ancora, sempre e comunque, cerca il lieto fine.