Non basta amare qualcuno per essere ricambiati. Una verità difficile da accettare ma con cui tutti ci siamo dovuti scontrare almeno una volta nella vita. È quello che accade alla protagonista di Florence Foster Jenkins, il film di Stephen Frears presentato alla RomaFF11 e interpretato da Meryl Streep. Questa storia di un grande amore non corrisposto ha però una particolarità capace di renderla unica: l’infausto sentimento non è rivolto verso una persona ma verso una delle arti, la musica.

FlorenceSiamo nella New York dei primi anni ‘40 e Florence Foster Jenkins è una ricca ereditiera (realmente esistita) che ha dedicato tutta la sua vita alla musica. Ha fondato un rinomato club di melomani, sovvenziona e aiuta economicamente orchestre e musicisti, tra cui il nostro Arturo Toscanini, e si dedica al canto con una passione davvero travolgente. Peccato che in realtà la poveretta sia stonata in maniera patologica, completamente incapace di una prestazione canora minimamente accettabile.

Grazie agli sforzi del marito St. Clair (Hugh Grant) e di un giovane pianista compiacente (Simon Helberg) i suoi concerti per pochi “veri appassionati” (opportunamente remunerati) sono sempre un grande successo. Il problema sorge quando Florence decide di esibirsi alla Carnegie Hall per i soldati impegnati nel secondo conflitto mondiale, mettendo a dura prova il complesso sistema che tiene in piedi la grande illusione di cui la donna si è circondata.

Stephen Frears, aiutato qui dalla solida sceneggiatura di Nicholas Martin e dalle belle musiche di Alexandre Desplat, ha la mano sicura nell’affrontare biografie e storie vere, in particolare quando si tratta di personaggi femminili. Dopo Helen Mirren in The Queen – La regina e Judy Dench in Philomena è ora la volta di una, come sempre, strepitosa Meryl Streep, pronta a piegare le sue non trascurabili abilità canore ai tremendi acuti e alle assordanti stecche di questa appassionata e improbabile cantante.

Se non sorprende l’abilità dell’attrice americana, non è da sottovalutare neanche il reparto maschile: oltre ad un ottimo Hugh Grant, nella sua migliore interpretazione da molti anni a questa parte, spicca il bravissimo Simon Helberg (noto per essere tra i protagonisti della sit-com The Big Bang Theory) che con il suo personaggio riesce a rappresentare perfettamente lo sbigottimento, lo spaesamento e l’intrattenibile ilarità del pubblico di fronte ad una donna così profondamente convinta della sua arte e così comicamente, e drammaticamente, incapace.florence

È il denaro a garantire a Florence la compiacenza degli altri e la devozione del marito? Il suo accanimento è la dimostrazione di un ego e una vanità senza pari? Entrambi i dubbi sono legittimi. La risposta che propone Frears è però diversa. “La cosa più grave che si possa fare è cantare senza passione” si dice nel film, e non è sicuramente questo il peccato di cui si macchia la protagonista.

A rendere possibile il persistere dell’illusione di Florence è innanzitutto il suo amore per la musica; una passione talmente forte da renderla sorda alle proteste che il bel canto dimostra nei suoi confronti, permettendole di andare avanti sicura e senza dubbi nella sua assurda convinzione.

Perché se è vero che non si può costringere qualcuno, o in questo caso qualcosa, ad amarci, è altrettanto vero che, pur se non corrisposto, il nostro trasporto rimane immutato, la nostra devozione assoluta. Impossibile dirlo meglio di come fa Shakespeare nel sonetto che St. Clair recita alla sua “fulgida stella” Florence: “Amore non è amore che muta quando scopre mutamenti, o a separarsi inclina quando altri si separa. Oh no, è un faro irremovibile che sempre mira alla tempesta e mai ne viene scosso”.