La storica distinzione tra “cinema d’autore” e “cinema di genere” vorrebbe che il primo sarebbe il luogo di registi dotati di una loro inconfondibile poetica espressa in maniera riconoscibile mentre il secondo sarebbe il luogo di bravi artigiani abili nel declinare generi codificati quali il western, l’horror, la commedia e le derivazioni di essi.
Nella realtà la separazione non appare così netta ma risulta essere piuttosto porosa dal momento che spesso le due categorie finiscono con il sovrapporsi in un regime creativo misto che accomuna i cosiddetti autori ai cosiddetti artigiani.

La rilettura o la scoperta di tanti film nuovi o vecchi (favorita dal recente periodo di clausura dovuto alla pandemia) ha potuto avvalorare a volte con sorpresa la labilità del confine che separa i due tipi di produzioni cinematografiche. La riprova del fenomeno è data da alcuni film firmati da registi considerati fuori di ogni dubbio “autori” che possono essere ascritti alla categoria dei “generi” con risultati artistici che non pregiudicano l’identità poetica di chi li ha girati. E’ il caso di Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville  dove un regista innovatore del linguaggio come Jean-Luc Godard ha sconfinato nella fantascienza realizzando nel 1965 un apologo poetico-politico sulle conseguenze alienanti di un mondo futuribile dominato dalla tecnologia dove non c’è posto per i sentimenti umani (dove si è sempre spiati dal computer Alpha 60 e dove è permesso il sesso ma non l’amore).

Alla fantascienza si volge anche l’altro capofila con Godard e Chabrol della nouvelle vague Francois Truffaut il quale nel 1966 gira un insolito Fahrenheit 451 adattamento cinematografico del famoso romanzo omonimo di Ray Bradbury dove si racconta come in una avveniristica società totalitaria dove si bruciano i libri un gruppo di resistenti si rifugia in un bosco per tramandarsi a memoria le pagine più belle della letteratura mondiale.
Ancora la fantascienza è il genere che attrae anche un poeta assoluto del cinema come Andrej Tarkovskij il quale nel 1971 realizza con il suo stile inconfondibile Solaris dove vediamo rappresentata la grande invenzione visiva dell’”oceano dell’inconscio”che si trova su un  misterioso pianeta.

Ma tra tutti i registi colui che meglio esemplifica in maniera paradigmatica la sovrapposizione delle due categorie di cinema è Stanley Kubrick. Nel suo caso l’adozione dei generi non è stata una scelta occasionale ma  è stata una costante programmatica della sua attività di regista che lo ha visto passare senza mai tradire la propria poetica e con ottimi risultati dal genere di guerra (Orizzonti di gloria) al genere sci-fi (2001 Odissea nello spazio) a quello della commedia nera (Il dottor Stranamore) a quello horror (Shining) e a quello storico ( Barry Lyndon). E lo stesso discorso vale in fondo anche per tanti altri famosi registi a cominciare dai maestri del muto Friedrich Murnau e Fritz Lang fino a Orson Welles, a John Ford e ad Alfred Hitchcock ma anche fino a Steven Spielberg e a Francis Ford Coppola i quali hanno saputo lavorare i generi in una prospettiva autoriale.

La verità è che forse a dispetto delle distinzioni accademiche il cinema è sempre uno solo e che esso è sempre un po’ arte e molto artigianato, un po’ realtà e molto sogno e questo in virtù della sua intrinseca natura di arte visionaria democratica e popolare che finora lo ha fatto amare dal pubblico di tutto il mondo.

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