L’immagine della donna nel cinema horror è la risultante di una stratificazione simbolica che affonda le sue radici nella mitologia occidentale prima pagana e poi cristiana. Si tratta di una polarità che vede ai suoi estremi da un lato la donna salvatrice e dall’altro la donna demoniaca, l’Arianna che aiuta Teseo a uscire dal labirinto e la Pandora che fa uscire dal suo vaso tutto il male del mondo. Questa polarità del mito classico la ritroviamo trasvalutata anche nella cultura cristiana nella forma della contrapposizione tra la figura della Vergine Maria e quella della “grande putta” descritta nell’Apocalisse di Giovanni, entrambe riproposte in letteratura sotto le rispettive forme della “donna-angelo” cantata dalla poesia del “dolce stil novo” e della femmina capricciosa e crudele che ispira le “rime petrose” di Dante. Un tale carattere ambivalente della donna è frutto di proiezioni dell’immaginario maschile che ha sempre visto la donna come una specie diversa ed è collegato a una sostanziale diversità di “linguaggio” tra maschi e femmine.

Nel cinema horror la figura femminile oscilla tra l’una e l’altra configurazione, apparendo ora come immagine salvatrice ora come essa stessa propagatrice di disordine e di morte. La prevalenza dell’una o dell’altra funzione dipende dalla morale dell’epoca storica e dai codici di comportamento nei rapporti tra i sessi vigenti in essa. Negli anni ’30-’40, periodo in cui si fissano i canoni dei generi cinematografici hollywoodiani, la donna appare come una creatura la cui grazia primigenia è tale da far innamorare di sé anche esseri mostruosi, come accade in quel Fantasma dell’Opera nella versione muta girata da Rupert Julian nel 1925 e interpretata da Lon Chaney e come accade anche qualche anno dopo nel primo King Kong dove l’indifesa attrice Fay Wray suscita la tenerezza il bacio della panteradel gorilla e tenta a sua volta ma invano di salvarlo dagli uomini malvagi, in due titoli che sono entrambi una variante del mito fondante di Bella e la Bestia (e ancor prima nel Nosferatu diretto da Murnau nel 1922 era grazie al sacrificio della soave Ellen che il vampiro veniva distrutto). Ma già nel 1942 il ruolo della donna si colora di valenze inquietanti, come dimostra il personaggio della “donna-felino” presente in Il bacio della pantera di Tourneur, un personaggio che rivela una profonda scissione nella psiche femminile dove convivono pulsioni contrastanti divise tra Eros e Thanatos. Nel film la figura di Irina, la donna pantera, rappresenta un aggiornamento in chiave psicoanalitica dell’immagine di matrice decadente della “vamp” già incarnata nel 1928 dall’attrice Louise Brooks protagonista nel ruolo di femme fatale di Lulù di Pabst.

Tra residui tardoromantici e accenni di liberazione sessuale si collocano le eroine del genere horror negli anni ’50-’60 dove rifiorisce il gusto neo-gotico e dove dominano non più le fascinose vamp del passato ma le moderne vampire che spesso non nascondono dichiarate tendenze lesbiche. Questa nuova immagine femminile ha il suo modello storico nel personaggio della Carmilla creato dallo scrittore Le Fanu e trova la sua manifestazione nelle protagoniste dell’horror erotico a sfondo lesbico Vampiri amanti girato nel 1970 da Roy Baker Ward e anche dell’omologo e coevo Vampiros Lesbos diretto dallo specialista Jesus Franco. Lungo lo stesso decennio alle vampire subentrano le donne “possedute” in una serie di opere a tema demoniaco il cui filone è inaugurato da L’esorcista diretto da William Friedkin (dove la piccola Megan invasa dal maligno impreca e si contorce oscenamente con risultati di vera mostruosità), mentre intanto le donne “normali” pagano la loro emancipazione finendo puntualmente vittime dei numerosi serial-killer che popolano il new horror del periodo a partire da Halloween e da Non aprite quella porta in poi ( forse per un rigurgito di velata sessuofobia di matrice puritana).alien 3

L’ambivalenza angelo-diavolo connotante l’immagine femminile cede il posto negli anni ’80 –‘90 al riconoscimento della donna come “persona”, dapprima nella serie di Alien dove nel terzo capitolo girato da Cameron ad affrontare e sconfiggere il mostro alieno è una futuribile donna-guerriero impersonata dall’attrice Sigurney Weaver, e in seguito negli anni 2000 in una nutrita serie di titoli dove sono proprio le donne ad avere la meglio sugli psicopatici, gli zombi e i vampiri di turno, come accade in The descent dove è una donna chi riemerge dalle caverne dopo aver sconfitto i vampiri scimmieschi abitanti nelle profondità  della terra e come accade anche in Wind Chill dove è una giovane l’unica che esce indenne da una notte da incubo popolata da fantasmi molto cattivi (senza contare che anche in A prova di morte di Tarantino sono tre toste stunt-woman coloro che riducono a mal partito il feroce killer motorizzato ex Jena Pliski). Adesso, dunque, cari mostri attenti alle donne, almeno al cinema.