Tra tutti i film creati dai fratelli Coen, pochissimi possono vantare la cura estetica, l’enorme ricercatezza semantica e l’eleganza mostrate in L’uomo che non c’era, senza ombra di dubbio uno dei noir più affascinanti ed evocativi del 21esimo secolo.

Il film non aveva avuto una genesi molto facile, causa la nota tendenza del duo a sovrapporre progetti ed idee e per la difficoltà a trovare un cast all’altezza del intrigato iter narrativo, con cui i fratelli Coen, ci guidarono nella provincia americana del secondo dopoguerra.
L’uomo che non c’era da molti punti di vista è un film incredibilmente atipico nella loro cinematografia, non fosse altro per il fatto che permane una sensazione di sgradevolezza e scarsa empatia verso il protagonista, verso quel barbiere interpretato da un monumentale ed algido Billy Bob Thornton.

Il suo Ed Crane è il simbolo di una apatia, di una passività verso la vita, che è anticamera di una codardia abbastanza inusuale, non fosse altro per come il mondo è stato sovente diviso in buoni e cattivi, luce e tenebra, perlomeno il mondo dei fratelli Coen fin dai tempi di Fargo.
Una vita matrimoniale completamente distrutta, la falsa amicizia, la monotonia e la mediocrità, abitano una California ben distante dalle luci cinematografiche della Los Angeles fatata che proprio in quell’anno David Lynch con Mulholland Drive aveva proposto sempre al Festival di Cannes.
Tuttavia, L’uomo che non c’era  non è un film meno inquietante di quello di Lynch, lo è solo in modo diverso: più esistenzialista, più legato alla mediocrità e alla cattiveria della middle class, la spina dorsale del sogno americano.

Come in quasi tutti i loro film, i fratelli Coen distruggono un genere, per poi ricostruirlo, si muovono tra omaggio e superamento, mentre affossano ogni pilastro della società americana, dal self made man alla famiglia, dalla sessualità predatoria e machista, alla giustizia che trionfa.

Ed Crane non è sicuramente cattivo o malvagio, è un ingenuo, ma allo stesso tempo è anche un simbolo della schiavitù dell’individuo all’interno della società, del nostro essere indifesi contro il sistema, che ha invece il proprio totem personaggi come il Bid Dave del compianto Gandolfini.
Al contrario di tanti altri buoni assediati dai lupi del male, Crane non riesce a lottare contro una vita che ormai trova insopportabile, rinuncia al suo sogno di emergere dalla mediocrità in cui egli stesso si è sempre avvinghiato.

L’uomo che non c’era è forse il film più freddo dei fratelli Coen, quello che ha lasciato più di stucco il pubblico, per quanto l’elegantissimo bianco e nero ottenuto in fase di post-produzione (originariamente non previsto) così come la scelta di una colonna sonora permeata di classicità, rendono tutt’oggi l’insieme uno dei più riusciti dal punto di vista semiotico ed estetico.

Apparentemente questo film ha ben poco a che spartire con i personaggi tipici del noir creati da Chandler o da Ellroy, ma se si guarda più a fondo, vi si scorge la stessa umanità vinta, la mancanza totale di una reale moralità, l’ergersi di una dimensione onirica prorompente e pregna di significati.