Vincitore, insieme al compianto fratello Vittorio, dell’Orso d’Oro, nel 2012, per Cesare deve morire, ecco che il regista Paolo Taviani torna in concorso in questa 72° edizione del Festival di Berlino con un’opera in cui alcune tendenze che hanno caratterizzato, in passato, il cinema dei due fratelli vengono riprese e rielaborate, per un sentito omaggio proprio a Vittorio, come già una didascalia iniziale sta a indicare. Stiamo parlando di Leonora addio, unico lungometraggio italiano a concorrere per il prestigioso riconoscimento internazionale.
Luigi Pirandello, vincitore, nel 1934, del Premio Nobel per la Letteratura, muore a Roma il 10 dicembre 1936. Secondo le sue stesse volontà, il suo corpo dovrà essere cremato e le sue ceneri dovranno essere portate in Sicilia, nella campagna dove è nato e cresciuto. Il regime fascista, tuttavia, decide di tumulare lo scrittore nel cimitero del Verano, a Roma, dove resterà per dieci anni. Soltanto nel 1946, l’urna contenente le sue ceneri sarà finalmente trasportata fino in Sicilia.

Leonora addio, dunque, prende il via proprio da questo particolare momento storico, assumendo la forma del road movie durante la prima parte e offrendoci un interessante ritratto dell’Italia del secondo dopoguerra, grazie anche a spezzoni tratti da Rossellini, da Antonioni e dagli stessi Taviani.
Sono scene al limite del paradossale (vedi, su tutti, il momento in cui alcuni passeggeri si rifiutano di restare sull’aereo in cui si trova anche l’urna funeraria di Pirandello, perché porterebbe male “viaggiare con un morto”, o la scena in cui la suddetta urna viene portata in processione all’interno di una bara per bambini) a sottolineare “vizi e difetti” degli italiani e ad assumere un tono volutamente grottesco.
Il ruvido bianco e nero, dal canto suo, completa l’opera, contrapponendosi fortemente alla seconda parte del lungometraggio, dove, mediante la messa in scena del racconto Il Chiodo, l’ultima opera di Luigi Pirandello, scritta appena prima della sua morte e ispirata a un fatto di cronaca avvenuto a New York proprio in quegli anni, viene realizzata da Paolo Taviani una metafora dalla forte componente politica, atta a indicare, più che altro, l’attitudine dei due registi nel corso della loro lunga e prolifica carriera.

Leonora addio, dunque, è un film di Paolo Taviani sul cinema dei fratelli Taviani. Al centro del discorso c’è ovviamente il grande Luigi Pirandello, ma questi si rivela, in fin dei conti, soltanto un espediente per ripercorrere le tappe – e le tendenze – di tutta la filmografia dei due registi.
Operazione interessante, senza dubbio. Eppure, questo ultimo lungometraggio di Paolo Taviani risulta altresì a tratti eccessivamente forzato e decisamente mal bilanciato. Nonostante i numerosi spunti interessanti e nonostante il ritratto dell’Italia di quegli anni sia nel complesso vivo e pulsante.
Paolo Taviani si ripete e ripete volutamente ciò che nel corso degli anni ha reso grande il suo cinema. Eppure, una struttura eccessivamente sfilacciata e maldestra dà al contempo l’idea di un lungometraggio “di pancia”, che non sempre riesce a “esternare” come si deve i suoi intenti. Come se il regista, a un certo punto, si mettesse a dialogare solo con sé stesso. Questo sentito omaggio al fratello Vittorio, purtroppo, non colpisce nel segno.
Fortunatamente, però, il cinema dei due fratelli è già da tempo diventato di diritto immortale.
