Avete presenti i nostri simpatici amici zombie, che da molti e molti anni a questa parte (e grazie anche al leggendario cinema di George A. Romero) allietano le nostre visioni horror, regalandoci ogni volta una buona dose di adrenalina? Bene. Se queste mitiche figure dall’incedere lento e dall’aspetto malandato che con un morso possono fare diventare noi stessi zombie fanno ormai parte dell’immaginario collettivo, in pochi sapranno che esse hanno fatto la loro prima apparizione sul grande schermo già all’inizio degli anni Trenta e che, pur differenziandosi sotto molti punti di vista dagli zombie che tutti oggi conosciamo, hanno immediatamente colpito gli spettatori con tutta la loro potenza semantica e visiva. Ciò è accaduto, per la precisione, nel 1932, quando il regista e produttore statunitense Victor Halperin realizzò il suo L’Isola degli Zombies, considerato, oggi, un piccolo cult del cinema di genere.

Quando L’Isola degli Zombies fu realizzato, dunque, il filone horror era uno dei generi più diffusi e apprezzati negli Stati Uniti, insieme alle commedie di impronta satirica e al sensuale (e alquanto superficiale) cinema di Mae West.
Dopo il crollo del ’29, infatti, il popolo americano era talmente sconvolto e terrorizzato all’idea di fare ogni qualsivoglia progetto per il futuro che, quando finalmente si staccava da lavoro, soltanto commedie in grado di far dimenticare i problemi del quotidiano o film horror dal gradito effetto catartico potevano regalare qualche ora di puro relax.
Era questo, infatti, il periodo storico in cui al cinema nacquero i primi “mostri” (da King Kong ai nostri zombie, appunto), figure minacciose che venivano trionfalmente sconfitte, regalando al pubblico la confortante impressione che, alla fine, è sempre il bene a trionfare sul male.

Prendendo, dunque, spunto da antiche tradizioni del voodoo haitiano (ed è in questo che gli zombie del presente lungometraggio si differenziano sostanzialmente dagli zombie “moderni”), Victor Halperin ha messo in scena una disperata storia d’amore e di gelosia, avvalendosi anche dell’iconico volto del grande Bela Lugosi (reduce dal successo di Dracula di Tod Browning).
Così, in L’Isola degli Zombies, assistiamo alle vicende di Madeleine (impersonata da Madge Bellamy) e Neil (John Harron), giovane coppia di innamorati giunti ad Haiti per sposarsi e coronare il loro sogno d’amore. I due vengono qui ospitati dal ricco proprietario Charles Beaumont (Robert Frazer), il quale dovrebbe ufficiare il loro matrimonio. L’uomo, tuttavia, è segretamente innamorato di Madeleine e, al fine di poterla fare sua, si rivolge al maestro voodoo Legendre (il nostro Bela Lugosi, appunto), il quale gli fornisce un veleno che dovrebbe uccidere la ragazza durante il banchetto nuziale, ma che le permetterebbe, al contempo, di risvegliarsi qualche tempo dopo. Cosa accadrà ai nostri protagonisti?
Particolarmente interessante è, come già accennato in precedenza, il periodo storico in cui L’Isola degli Zombies è stato realizzato. Se, infatti, proprio in quegli anni l’horror dei mostri stava spopolando oltreoceano, era impossibile non farsi influenzare anche dalla gloriosa corrente dell’Espressionismo tedesco, con tutte le sue atmosfere sinistre, i suoi raffinati giochi di luci e ombre e personaggi pericolosamente ambivalenti. E così, lo spettatore più attento non potrà non notare il fatto che anche il nostro Victor Halperin si è lasciato a suo tempo affascinare dall’ormai cult Il Gabinetto del Dottor Caligari (Robert Wiene, 1920), considerato il primo grande film espressionista della storia, nonché un lungometraggio che ha fornito non pochi spunti allo stesso Halperin (e a molti altri prima e dopo di lui), soprattutto per quanto riguarda personaggi malefici che controllano e guidano altrettanti personaggi che si muovono a mo’ di sonnambuli.

Le atmosfere del grande cinema espressionista, dunque, trovano in L’Isola degli Zombies una loro ben riuscita declinazione, adattandosi bene anche a un nuovo modo di fare cinema, che da pochi anni vedeva i suoni svolgere un ruolo centrale. Già, perché, di fatto, quando il presente lungometraggio fu realizzato, il cinema sonoro aveva ormai preso definitivamente il sopravvento sul cinema muto (spesso anche a scapito della buona qualità del girato stesso, che doveva adattarsi a inevitabili scelte registiche atte a registrare suoni il più possibili puliti con mezzi non ancora all’avanguardia).
Anche per quanto riguarda, dunque, la pellicola di Halperin, della durata di poco più di un’ora, non possiamo non notare parecchie imperfezioni, insieme a una messa in scena e a una gestualità degli interpreti a volte troppo “teatrali”. Eppure, nonostante tutto, il film funziona. E anche se al giorno d’oggi sono in pochi a ricordarlo, dobbiamo riconoscere a questo piccolo e prezioso L’Isola degli Zombies il merito di aver dato il via a una vera e propria leggenda del cinema horror. E come sarebbe tale cinema, oggi, senza i nostri amati zombie?
