Nell’inconscio collettivo sembrano muoversi come incubi (tanto tangibili, quanto surreali) quei ricordi della lunga (? o breve?) pandemia di COVID-19, che risultavano impensabili prima e che sono tornati a essere spaventosamente assurdi ora. Se, però, le immagini delle vie desertiche delle città e il conseguente smarrimento claustrofobico delle mascherine sembravano qualcosa di già visto era solamente perché il cinema aveva sempre prefigurato visioni di apocalittiche epidemie.
I più cinici, dunque, sono rimasti delusi nel realizzare quanto la drammaticità dell’evento fosse decisamente meno emozionante di quanto avessero mostrato, ad esempio, i prolifici zombie movies. Distaccandosi dalla tradizione haitiana, grazie soprattutto alla rivoluzionaria (connotata anche socialmente) risemantizzazione dello zombie attuata da George Romero, fino alla più recente declinazione di successo, tra videogioco e serie tv, di The Last of Us, infatti, i virus zombie hanno portato sul grande schermo putrescenti banchetti umani, disperate ricerche di un approdo sicuro, ma anche molto divertimento splatter. Per non citare, poi, le esilaranti parodie di opere quali Benvenuti a Zombieland o, soprattutto, L’alba dei morti dementi!

Ma virus, più o meno metaforici, più o meno generatori di entità mostruose, hanno spesso infettato il cinema anche senza far ricorso all’istupidimento cerebrale degli zombie. Attraverso la rappresentazione del dilagare di malattie, infatti, molti film hanno saputo immaginare suggestivamente una possibile disgregazione sociale capace di far emergere la recondita (ma ancestrale) bestialità umana. (Ri)scopriamo, dunque, sei dei più interessanti e inquietanti infection movie in cui la colpa non è dei bistrattati zombie.
Il demone sotto la pelle e Rabid – Sete di sangue: le prime infezioni di Cronenberg
Il sesso, più intimo e viscerale scambio di fluidi corporei, non poteva che essere il punto di partenza per il primo lungometraggio regolarmente distribuito al cinema di David Cronenberg, Il demone sotto la pelle. Radicato nel cinema d’exploitation, il film mostra l’indistricabile e distruttivo legame tra eros e thanatos attraverso la creazione e diffusione di un batterio (dalle forme fecali) che si diffonde a causa dei rapporti sessuali che una ragazza intrattiene con diversi abitanti di un condominio. L’orrore carnale tipicamente cronenberghiano sprigionato dal contagio farà emergere istericamente appetiti sessuali e una violenza inaudita.

in Rabid – Sete di sangue la componente sessuale si fa ancor più esplicitamente luogo di scambio di orrorifiche infezioni irrompendo in una forma già perfettamente compiuta di body horror cronenberghiano. Qui, infatti, a causa di un incidente in moto, Rose (interpretata non a caso dalla pornostar Marilyn Chambers) subisce degli innesti cutanei da un folle chirurgo a seguito dei quali vedrà nascere nella sua ascella uno strano orifizio. Attraverso tale mutazione, da un’escrescenza fallica che fuoriesce dal nuovo organo, il corpo della giovane riuscirà a soddisfare la propria neonata sete di sangue. Così, attraverso vampiristiche aggressioni (quasi sessuali), la ragazza diffonderà un virus che invaderà Montréal.

It Follows: tra infezioni spiritiche e AIDS
Se in Cronenberg il nesso tra virus, corpo e la sessualità era esplicitamente dichiarata nelle mutazioni carnali dei suoi protagonisti, nell’acclamato horror di David Robert Mitchell It Follows le infezioni sessualmente trasmissibili si fanno più metaforiche (seppur non meno didascalicamente espresse) attraverso anche la commistione con il topos della diffusione di maledizioni spiritiche (a volte simili a quelle pandemiche) alla The ring o, più recentemente, alla Smile. La pellicola, difatti, tramite una maledizione trasferibile sessualmente, non solo inquadra tutta la fragilità celata dietro all’arroganza di una generazione (quella dei millennials) persino sessuofobica, ma diventano palesi anche riferimenti alla pandemia di AIDS e alla sua percezione stigmatizzata.

Cabin Fever e Contagion: semplici infezioni, ma mortali
Più tradizionali infezioni, ma non per questo meno mortali, sono quelle filmate da Eli Roth e Steven Soderbergh rispettivamente in Cabin Fever e in Contagion.
Nell’esordio alla regia di Roth (primo di una serie di cui il secondo capitolo sarà diretto dall’ormai famoso Ti West), tra commedia e horror dalle tinte gore, esibisce e deride un’America socialmente degradata. Ricorrendo ai cliché di un gruppo di amici che affitta un cottage di campagna per divertirsi, imbattendosi, però, in un letale virus che li scarnificherà fino alla morte, il regista, infatti, tratteggia una società estremamente violenta, che ha solo bisogno di un minimo pretesto per sfoggiare tutta la sua brutalità.

Il virus altamente letale narrato da Soderbergh in Contagion, invece, con un cast stellare (Jude Law, Matt Damon e Kate Winslet, solo per citarne alcuni) rifiuta hollywoodiani catastrofismi per prefigurare un (a posteriori) fin troppo realistico panico globale. Al netto di qualche risoluzione grossolana (e una leggera morale puritana di fondo), procedendo a ritroso fino al giorno 1 del contagio, il film inquadra la pandemia da diversi punti di vista: quello giurisdizionale, quello del privato cittadino, quello medico e quello mediatico, andando a sottolineare tanto la fragilità delle strutture sociali contemporanee, quanto l’imperare degli interessi economici. Durante la pandemia da COVID-19 tristemente non si sono ricordate quanto si sarebbe dovuto le parole del dottor Ian Sussman (interpretato da Elliott Gould) che asseriva: “I blog non sono scrittura, sono graffiti con la punteggiatura”.

Io sono leggenda: virus hollywoodiani
Un virus che spesso sembra serpeggiare tra gli sceneggiatori hollywoodiani è quello che conduce a snaturare, semplificandola, l’essenza di un’opera che si sta adattando. Così, ad esempio, dalla mediocre trasposizione firmata (in slow motion) da Zack Snyder di Watchmen, passando per la pallida critica sociale della saga di Hunger Games, si giunge alla banalizzazione cinematografica di Io sono leggenda, il capolavoro sci-fi horror di Richard Matheson.
Così, il film di Francis Lawrence con un ottimo Will Smith sopprime sotto la frenetica magniloquenza del blockbuster hollywoodiano tutta l’acerba critica (pessimista) della società scagliata dall’autore: Robert Neville (Smith), ultimo uomo sopravvissuto a un’infezione che ha trasformato la popolazione mondiale in esseri mostruosi, non è più il superstite di una razza in via d’estinzione che si rende conto di uccidere una nuova generazione di esseri senzienti come aveva immaginato Matheson; al contrario, nella pellicola il protagonista è il classico eroe che si immolerà per la salvezza della razza umana assediata da bestiali infetti (tra il vampiro e lo zombie).
Nonostante esista un finale alternativo che restituisce opacamente il messaggio originario, la Warner Bros. ha in produzione un sequel del film di Francis Lawrence. Il virus non è debellato.


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