Il tema del viaggio, si sa, ha sempre esercitato un certo fascino, non solo su chi il cinema lo fruisce puramente da spettatore, ma anche, e soprattutto, da chi lo realizza in prima persona. Ma com’è cambiato, nel corso degli anni, il modo di raccontare il concetto di viaggio stesso al cinema? In che modo l’orizzonte sullo schermo ha cambiato la sua forma, a seconda della storia messa in scena e del periodo storico in cui essa stessa veniva raccontata per immagini?
Da quando il cinema è nato

Fin dalle origini del cinema, il concetto di viaggio è stato più e più volte tirato in ballo da chi per la prima volta voleva sperimentare questo nuovo mezzo di espressione artistica. E alla luce di ciò, non può non venirci in mente un viaggio che ha portato l’uomo addirittura ad abbandonare il suo pianeta, al fine di scoprire nuovi mondi ancora sconosciuti ai più.
Già, perché, di fatto, i viaggi nello spazio possono dar adito alla più sfrenata fantasia. E quando si posseggono la fantasia e il talento innovativo di un pioniere del cinema del calibro di Georges Méliès, ecco che l’orizzonte sullo schermo può assumere ogni volta forme che non avevamo nemmeno mai provato a immaginare, grazie anche soltanto a ingegnose scenografie realizzate all’interno di un piccolo teatro.
Per questo motivo, dunque, il suo Viaggio sulla Luna (1902), insieme a numerosi altri film da lui realizzati, è entrato immediatamente a far parte dell’immaginario collettivo, ispirando a sua volta numerosi altri cineasti in tutto il mondo.
Una fase delicata
Siamo d’accordo: quando il nostro amato cinema è passato definitivamente dal muto al sonoro, le difficoltà prettamente tecniche legate, appunto, alla gestione del suono (soprattutto del suono ambientale) e alla realizzazione di scene in esterni portarono registi e case di produzione a prediligere ambientazioni in interni. Eppure, questa fase non durò a lungo. Le storie messe in scena volevano a tutti i costi esplorare nuovi orizzonti, diventare più dinamiche, portare lo spettatore a scoprire nuove realtà, nuovi mondi.
I gloriosi western

Interessante, a tal proposito, considerare un genere cinematografico che su tutti ha fatto dell’orizzonte sullo schermo un vero e proprio personaggio principale. Stiamo parlando del genere western, che già aveva avuto grande accoglienza da parte di pubblico all’epoca del muto (basti pensare al leggendario La grande Rapina al Treno, diretto da Edwin Stanton Porter nel 1903), e che, una volta che ormai si avevano tutti i mezzi necessari per gestire i suoni a proprio piacimento, poteva finalmente tornare trionfante sui grandi schermi a deliziare spettatori di tutte le età.
Fu in questo periodo che registi come Raoul Walsh (Il grande Sentiero, La Storia del Generale Custer) e, successivamente, John Ford (considerato il padre indiscusso del genere western e autore di pellicole cult come Ombre Rosse, Sfida infernale e Sentieri Selvaggi) cambiarono totalmente il modo di intendere l’orizzonte sullo schermo, in modo da fare dei lunghi viaggi effettuati dai protagonisti un mezzo necessario al fine di ristabilire in qualche modo la giustizia.
Mille generi, mille avventure

Alla luce di ciò, dunque, come ben possiamo immaginare, il viaggio nel mondo del cinema è stato sovente inteso come avventura, sia essa finalizzata alla ricerca di qualcosa in particolare, al compimento di una determinata missione o semplicemente alla scoperta di nuovi mondi. E così, tali storie spaziavano ogni volta tra i più disparati generi, dal classico genere avventura come Il Giro del Mondo in 80 Giorni (Michael Anderson, 1956), al genere storico/biografico, come Lawrence d’Arabia (David Lean, 1962), fino ad arrivare addirittura al genere family/mitologico (come con Il 7° Viaggio di Sinbad, diretto da Nathan Juran nel 1958) e al genere fantastico, con, ad esempio, Il Pianeta proibito, diretto da Fred M. Wilcox nel 1956 e, naturalmente, il leggendario 2001 – Odissea nello Spazio, realizzato dal grande Stanley Kubrick nel 1969 e che gli valse l’Oscar per i Migliori Effetti Speciali, l’unico Oscar da lui vinto nel corso della sua carriera.
Tecniche sempre più raffinate
E a proposito di effetti speciali e, più in generale, di tecnologia e dei mezzi utilizzati in questo periodo storico, è interessante osservare come i paesaggi di volta in volta rappresentati potessero essere realizzati. Come ben sappiamo, ancora non si disponeva della computer grafica per realizzare determinati effetti o per creare determinate location. Ma quando l’orizzonte sullo schermo svolgeva un ruolo così essenziale, bisognava per forza di cose rendere il tutto il più credibile possibile.
Il trionfo della spettacolarizzazione

Frequente era, infatti, l’uso, soprattutto a partire dall’inizio degli anni Trenta, della retroproiezione, grazie alla quale gli attori potevano semplicemente recitare in studio, mentre sullo sfondo scorrevano i più fantasiosi paesaggi, dando al pubblico l’idea che i protagonisti si trovassero realmente in quei luoghi.
Nello stesso periodo, inoltre, lo sviluppo del Technicolor contribuì a rendere i paesaggi di volta in volta rappresentati ancora più vivi e pulsanti sul grande schermo. Il culmine della spettacolarizzazione, tuttavia, si raggiunse soltanto verso la metà degli anni Cinquanta, quando un nuovo formato della pellicola, in 70mm, poteva permettere la proiezione dei film su schermi curvi, dando ancora di più l’impressione allo spettatore di trovarsi anch’egli all’interno della storia.
Trasformare i set

Con l’avvento della computer grafica, naturalmente, le cose cambiarono ulteriormente, e grazie a essa l’orizzonte sullo schermo poté assumere ogni volta le più disparate forme. Se, infatti, già nel 1977 con Star Wars una computer grafica in 2D poteva giocare a sperimentare le nuove potenzialità che questo nuovo strumento offriva, ecco che con il passare degli anni, la diffusione del 3D e lo sviluppo di tecniche come l’uso del green screen ha sovente reso i set cinematografici il più minimalisti possibile.
Tramite l’utilizzo di tali tecniche, ormai diventate raffinatissime, i luoghi di volta in volta “visitati” dai personaggi hanno potuto assumere le più disparate e fantasiose forme (con tanto di movimenti di macchina iper dinamici che per una macchina da presa reale sarebbero stati logisticamente impossibili).
I paesaggi di oggi

Alcuni esempi? Leggendari, in tal senso, sono diventati oggi lungometraggi del calibro di Titanic (James Cameron, 1997), in cui la sfortunata nave in viaggio, così come il minaccioso oceano, sono stati perfezionati proprio dal digitale, della trilogia de Il Signore degli Anelli (diretta da Peter Jackson tra il 2001 e il 2003), in cui i paesaggi della Nuova Zelanda sono stati resi ancor più spettacolari e maestosi, di Avatar (James Cameron, 2009), in cui, grazie all’invenzione della Virtual Camera, camminando in uno studio vuoto era addirittura possibile vedere il paesaggio di Pandora in tempo reale, ma anche di Vita di Pi (Ang Lee, 2012), in cui il “viaggio” nell’oceano del protagonista è stato, in realtà, interamente girato in una piscina a Taiwan.
Quando il viaggio diventa metafora

Eppure, quando si parla di viaggio nel mondo del cinema, v’è anche una particolare accezione di tale concetto sovente presente in molte pellicole e che sta a indicare qualcosa di molto più ampio. Stiamo parlando del viaggio interiore vissuto da ogni protagonista, di un percorso di crescita e di sviluppo spesso complicato e doloroso, che ben si sposa con ognuno dei generi cinematografici sopracitati e che può assumere ora la forma del dramma (come in Una Storia vera, diretto da David Lynch nel 1999), ora quella della commedia (come in Sideways, diretto da Alexander Payne nel 2004).
Ma come cambia, in questo caso, il paesaggio? Volendo prendere in considerazione una delle forme più pure di film che trattano tale argomento, dove il viaggio “esteriore” si fa immediatamente metafora del viaggio interiore, non possiamo non menzionare il sottogenere del road movie, in cui, appunto, il paesaggio stesso viene inevitabilmente trattato alla stregua di vero e proprio coprotagonista (basti pensare, ad esempio, a Nomadland, realizzato da Chloé Zhao nel 2020) e la regia, solitamente, opta per una messa in scena maggiormente realistica, talvolta addirittura documentaristica, che punta meno alla spettacolarizzazione, ma che fa sì che noi stessi possiamo sentirci parte degli ambienti di volta in volta attraversati.
Aspettando un futuro sconosciuto

Come abbiamo potuto vedere, dunque, nel corso della storia del cinema, l’orizzonte sullo schermo ha assunto ogni volta le più disparate forme, grazie a tecniche sempre più innovative. Chissà come cambieranno le cose, ad esempio, tra cento anni. Questo, ancora, naturalmente non possiamo saperlo. Ma ciò di cui siamo certi, invece, è che scoprire man mano tutte le novità che il cinema avrà da offrirci e tutti i nuovi modi che verranno inventati per raccontarci ogni volta nuove avventure sarà sicuramente un viaggio entusiasmante.
FAQ
Com’è cambiato, nel corso della storia del cinema, il modo di rappresentare il paesaggio?
Dalle origini del cinema ai giorni nostri, il paesaggio, sovente strettamente collegato al tema del viaggio, è stato inizialmente rappresentato tramite scenografie realizzate direttamente in teatri di posa (come nei film di Georges Méliès, ad esempio), poi, man mano che le tecnologie diventavano sempre più articolate e raffinate, tramite tecniche come la retroproiezione, la sovrimpressione e, più recentemente, tramite l’utilizzo della CGI e, in fase di riprese, del green screen. Allo stesso modo, sovente vengono ancora usate, a seconda del film che si vuole mettere in scena, anche riprese puramente realistiche e a volte addirittura documentaristiche.
Quali sono alcuni generi cinematografici che sovente hanno prediletto il tema del viaggio?
Il tema del viaggio è stato trattato, nel corso degli anni, all’interno dei più disparati generi cinematografici: dal genere puramente d’avventura, alla fantascienza, al western, fino ad arrivare ai drammi e alle commedie on the road.
Come mai al cinema viene spesso trattato il tema del viaggio?
Il tema del viaggio ha sempre esercitato un certo fascino su cineasti da tutto il mondo e da tutte le epoche storiche. Simbolo di indiscusso di avventure e di scoperta di nuovi orizzonti, il viaggio viene sovente inteso anche, in senso metaforico, come viaggio interiore, come uno spesso tortuoso e complicato percorso di crescita verso una nuova consapevolezza di sé, di chi ci sta intorno e del mondo in cui viviamo.
L'orizzonte sullo schermo - Dal cinema delle origini alle immagini contemporanee: come il paesaggio ha cambiato il modo di raccontare il viaggio
