Love (Kjærlighet) è il secondo capitolo della trilogia dell’amore scritta e diretta da Dag Johan Haugerud e presentato in concorso all’81esima edizione del Festival di Venezia.
Il film arriva subito dopo Sex (presentato al 74esimo Festival di Berlino) ed è un tuffo all’interno del mondo delle relazioni amorose raccontate attraverso due protagonisti assai differenti tra loro, che scelgono di abbracciare la parte più libera e anticonvenzionale dell’amore.
Marianne (Andrea Bræin Hovig) e Tor (Tayo Cittadella Jacobsen), sono rispettivamente un medico e un infermiere che lavorano nello stesso ospedale. Lei è un’urologa pragmatica e tendenzialmente positiva, mentre lui è una persona socievole e di temperamento tranquillo. Una sera, sul traghetto che collega Oslo alle città della vicina penisola, Marienne incontra Tor che le racconta le sue esperienze e gli incontri che riesce ad avere con altri uomini rimanendo sul traghetto per un po’ e facendo qualche ricerca di potenziali partner su app di incontri.
L’argomento desta interesse in Marianne, tanto da farle provare l’esperienza di un incontro casuale e rimettere in discussione tutta quelle regole non scritte che hanno a che fare con i rapporti amorosi.

Love si diverte a raccontare come due protagonisti pensano e vivono i sentimenti e l’intimità sessuale senza doversi necessariamente adeguare a delle idee comunemente condivise.
Nello specifico, Marianne è una donna adulta che non ha intenzione di legarsi e, proprio perché è figlia di divorziati, vuole vivere con disinteresse e libertà il suo rapporto col geologo Ole (Thomas Gullestad), reduce da due divorzi e padre di due figli.
Malgrado l’attenzione narrativa sia focalizzata su Marianne e Tor, in Love viene dato spazio anche ad altri personaggi (come nel caso di Marte Engebrigtsen che interpreta l’addetta turistica artefice della conoscenza tra Ole e Marianne) inizialmente secondari, che assumono un ruolo più centrale con l’avanzare della storia.
Attraverso una trama che si sviluppa in sei parti, che vanno dal 6 al 26 agosto, vengono fuori dialoghi articolati in cui i personaggi si confrontano e cercano di identificare cosa si aspettano da una relazione senza introdurre alcun tipo di aspettativa.
La recitazione è naturale, così come la fotografia che sceglie di mantenere dei toni realistici e neutri. Allo stesso modo anche i dialoghi, seppur intensi e presenti per tutta la durata della pellicola, sono fluidi, realistici, ma poco brillanti nel loro modo di raccontare situazioni e problematiche relazionali.

Love risulta un po’ statico nella sua modalità narrativa e la storia segue delle dinamiche poco articolate tra i personaggi, ma senza svilupparsi con una vera e propria trama di fondo. Il tempo scorre in modo sempre costante senza alimentare grande curiosità, tanto che per buona parte del film non si avverte nulla che possa sconvolgere la vita dei personaggi o semplicemente lo spettatore.
Per quanto riguarda la parte visiva è tutto molto lineare: il regista predilige le inquadrature frontali senza ricorrere a riprese particolarmente complesse, ma focalizzandosi molto sull’ambientazione esterna e sui paesaggi norvegesi.
Con l’idea di addentrarsi in un mondo pieno di sfumature e contraddizioni, Dag Johan Haugerud riprende il filo del suo racconto sull’amore attraverso una commedia romantica essenzialmente scorrevole, ma che alla fine ti trasmette meno di quanto ti aspetti.
