Solaris, terzo lungometraggio del grande regista Andrej Tarkovskij, usa la fantascienza come splendido pretesto, sfondo e contesto per indagare la coscienza, il buio e i misteri, tutti terribilmente terreni, dell’essere umano.
Datato 1972, Solaris, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 1961 di Stanislaw Lem, è un magma di emozioni e sensazioni, ansie e paure, misteri e deliri interni ed esterni ai personaggi; è un lento scorrere del tempo che diventa presente e passato, alternando reale ed immaginario in un continuo accavallarsi di ricordi e presenze, di cui sembra quasi impossibile liberarsi.
C’è da dire che, definire Solaris un film fantascientifico sarebbe alquanto riduttivo, come d’altronde è riduttiva l’interpretazione di molti che lo hanno classificato come risposta sovietica al celeberrimo 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Il film di Tarkovskij infatti utilizza la fantascienza, e le sue tipiche dinamiche di spazio e d’ignoto, come fossero un “mero” sfondo, un’ambientazione perfetta e sconosciuta, che serve però come slancio per raccontare una storia tutta umana. La conoscenza di quello spazio ignoto e sconfinato viaggia in parallelo alla comprensione dell’ignoto umano, dell’inconscio e del rimosso.
Scienza e coscienza s’intrecciano in una pellicola psicologica e mentalmente complicata, sia da comprendere e assimilare, che forse anche da accettare.
Solaris è infatti un messaggio preciso che si svela lentamente, un’indagine che prende forma, passo dopo passo, nella mente e nell’anima dell’uomo.
Solaris: trama del film di Tarkovskij

La storia raccontata dal regista sovietico inizia sulla Terra, con 40 dilatatissimi minuti che fungono da introduzione, anzi più propriamente da necessario antefatto, per poi portare sullo schermo le vicende narrate nell’effettivo romanzo da cui trae ispirazione.
Un’aggiunta, quella di Tarkovskij, con cui il regista sembra voler quasi rendere lo spettatore più vicino a comprendere il perché di quello che avverrà successivamente, o meglio il perché della reazione che scatenerà, come ad inquadrare il protagonista tra i suoi affetti e le sue radici, per poi sradicarlo e lanciarlo nell’ignoto con la sua evoluzione e la sua quasi dissoluzione.
Lo psicologo Kris Kelvin, interpretato da Donatas Banionis, in seguito a strani eventi che si stanno verificando sulla stazione spaziale che orbita intorno al pianeta Solaris, viene inviato ad indagare e, soprattutto, a trovare una spiegazione ai fenomeni che sembrano aver catturato la mente degli uomini rimasti lassù.
Il consistente equipaggio di scienziati, che si trovava presso il pianeta per studiarne i fenomeni, infatti, è ormai ridotto a tre soli superstiti, che si ridurranno velocemente a due in seguito al suicidio di uno di loro. Gli scienziati, uomini di ragione ed intelletto sembrano soggiogati, deliranti, impauriti, depressi e sopraffatti dagli eventi causati da Solaris. Il motivo, dietro a tutto, è proprio quel pianeta sconosciuto, fatto di oceani magmatici, spugnosi e in continuo movimento, vivi e spaventosi che esercitano uno strano potere sulle menti dei personaggi, incluso il protagonista. Solaris è qualcosa di senziente, pensante, forse malvagio e in grado di dar vita alle paure, ai ricordi, ai rimorsi e all’ignoto nascosto nei meandri della mente umana.
Il film è uno strano, quanto affascinante, gioco di reale e immaginifico, e ancora immaginato che diventa reale, un continuo respingere il non vero per salvarsi, senza capire realmente da cosa ci si debba salvare.
Lo psicologo si ritrova imprigionato, oppresso in quel delirio di visioni che prendono forma e si materializzano davanti a lui, fino a ritrovarsi davanti Hari, la donna amata morta molti anni prima in seguito ad un suicidio. Non è vera, ma è vera, se non nel nostro mondo lo è lì, in quella stazione spaziale governata da Solaris e nella mente dell’uomo. L’interiorità dell’uomo si materializza in quegli interni opprimenti della stazione spaziale governata dal pianeta, che diventa spazio per attraversare ricordi, colpe e sensi di colpa. Hari non va respinta in quanto entità non esistente, ma accettata e vissuta in quanto ricordo persistente, fino quasi a rivivere quella verità ri-materializzata in quel contesto allucinogeno.
La fantascienza come indagine umana

La fantascienza si fa coscienza, filosofia e psicologia, in un vortice d’immagini e visioni che sviscerano il rapporto tra uomo vita e morte. Il lento avanzare verso i ricordi e i rimorsi, fin dentro l’animo umano, è assecondato da un perfetto montaggio che segue pedissequamente il ritmo del racconto.
Il dentro e fuori dalla mente dei protagonisti si traduce cinematograficamente in primi piani ravvicinati, quasi a voler entrare nei personaggi, per poi lasciarli andare lontano e riprenderne i corpi, quei corpi veri e immaginati.
La macchina da presa viaggia, prima restituendoci immagini a colori e poi in un lontano bianco e nero intorno a quel delirio, entrando nei quadri, nei ricordi, in quel mare immenso che tira i fili di chi ci si avvicina.
Solaris è una tassello fondamentale della cinematografia, che si presta ad infinite interpretazioni: da Freud e la psiche al contesto politico sovietico di quegli anni, dal delirio umano alla presa di coscienza del sé e l’inevitabile accettazione per uscire da quel buio dentro e fuori di noi, il tutto sulle note dell’intramontabile Bach.
Da vedere preferibilmente in versione originale, evitando così le storpiature inflitte ai dialoghi nella trasposizione in lingua italiana, il film di Tarkovskij è uno scorrere fluido, poetico, labirintico, angosciante eppure lento di un viaggio verso l’ignoto del mondo che diventa l’ignoto di noi stessi.
